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    Don’t touch my hero La fastidiosa ingerenza della cultura woke nei film e nelle serie tv


    Riccardo Manzotti


    Sceneggiatori, registi, attrici e attori cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti invece di intrattenere e stupire. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone


    Uno spettro si aggira per il mondo e non è il comunismo, ma una ideologia che viene imposta dall’alto attraverso l’uso strumentale del mondo dell’immaginario, abusando dei nostri beneamati eroi ed eroine per trasformarli in venditori e insegnanti infallibili dei valori di questa ideologia. Dà fastidio? A molti. A me personalmente lo dà molto perché, concedetemelo, sono refrattario a chi cerca di cambiarmi sfruttando in modo subdolo il mondo della fantasia. Ma è proprio così?

    Diceva Agatha Christie che una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze fanno un indizio, ma tre coincidenze fanno una prova. E in questo caso non abbiamo solo tre coincidenze, ne abbiamo decine e decine. Di che parlo? Di una serie ininterrotta e patetica di vittime (per fortuna solo letterarie): da Star Trek a Star Wars, dal Doctor Who a Ghostbuster, da Supergirl a Batgirl. Ma chi è il responsabile? Si tratta di una cultura che, nel mondo anglofono, è stata chiamata (prima positivamente e poi negativamente) cultura woke.


    Della influenza della cultura woke sul mondo dell’immaginario con effetti spesso disastrosi e controproducenti si sta discutendo molto nel mondo e, forse, ancora poco in Italia. Si tratta di un atteggiamento ideologico che ha contagiato sceneggiatori e produzioni americane e inglesi e, per molti, è una vera e propria guerra culturale. Il problema non è l’insieme di valori sociali di questo movimento: sono perfettamente legittimi e in gran parte condivisibili. Il problema è come vengono imposti e il fatto che, questa strategia di propaganda, per i suoi metodi finisce con il tradire molti dei valori stessi.

    Torniamo al caso concreto, i valori woke sono stati adottati da parti importanti del partito democratico americano e da sezioni molto influenti della classe colta anglosassone (soprattutto il mondo universitario). E questo non è un problema. Ognuno è libero di credere in quello che vuole. Anzi, è un segno di progresso anche perché molti di questi valori vanno a risolvere ingiustizie che affliggevano il mondo anglosassone (e in gran parte anche il nostro). Tuttavia, anche le idee migliori devono vincere per forza di convincimento e non per imposizione coatta e per propaganda. È sempre stato il problema dei buoni: non puoi vincere con i metodi dei cattivi.

    Ora, per una serie di meccanismi politici, è capitato che il mondo del fantastico sia stato invaso da persone che, a volte ingenuamente e a volte opportunisticamente, si sono identificate con questa cultura e hanno deciso di usare il loro potere per educare il mondo. È questo che non va bene. Abbiamo rifiutato i film di propaganda, non vedo perché dovremmo accettare i film woke?

    Vediamo qualche caso concreto. La vittima più illustre e forse la perdita più dolorosa è il Doctor Who. Qui da noi non è mai stato popolarissimo (troppo inglese, figuriamoci un alieno che viaggia nel tempo dentro una cabina telefonica della polizia inglese! Intraducibile!). Nel Regno Unito, però, è una vera e icona. Anche in numeri assoluti è impressionante: il Doctor Who è la serie televisiva più longeva al mondo (57 anni di programmazione) ed è entrata nel Guinness World Records battendo campioni come I Soprano, Beautiful e persino il nostrano Un posto al sole!


    Semplificando un po’, il Doctor Who sta alla cultura pop inglese come l’ispettore Montalbano sta alla nostra. Per sopravvivere agli anni, uno dei trucchi narrativi è la possibilità di reincarnare («rigenerare») il protagonista principale, di fatto cambiando l’attore protagonista ogni lustro. Con alti e bassi la serie aveva attraversato epoche diversissime fino all’ultima generazione quando è stato preso prigioniero di Chris Chibnall, il nuovo sceneggiatore di chiara fede woke, che ha snaturato la serie trasformando il TimeLord in una TimeLady (scritturando per il ruolo Jodie Whittaker).


    Il punto, ovviamente, non è il cambio di sesso (che peraltro il pubblico aveva accolto con grande entusiasmo), quanto il fatto che la serie è diventata una serie di lezioni sui valori woke impartiti al pubblico. Anche il cambio di genere del personaggio non è stato il problema (nelle serie precedenti si erano già viste combinazioni a piaceri di generi e gusti sessuali). Il problema è che il pubblico sente che la trama è subordinata alla lezione morale che Chibnall ci vuole ammansire. Il risultato? Crollo degli ascolti che sono scesi al livello più basso (circa 5 milioni di spettatori contro i circa 10 dei momenti migliori).

    Volete un altro esempio? Ghostbusters di Paul Feig del 2016, remake dell’omonimo campione di incassi del 1984 di Ivan Reitman. Il nuovo film è stato realizzato sostituendo i quattro protagonisti maschili con quattro protagoniste femminili e cambiando la divertente e ironica segretaria dell’originale con un imbranato e infelice segretario interpretato dal sempre carino Chris Hemsworth. Il film è, per usare un’espressione sintetica, un abominio volgare privo di humor dove la trama si trascina per impartire una serie di lezioni woke. Risultato? Un flop che lascia un buco di 70 milioni di dollari nelle casse della Columbia Pictures.

    Ma prendiamo un altro caso di cui ho già parlato anche in questa sede: Star Wars. Qui, il megadirettore galattico (©Fantozzi), ovvero Kathleen Kennedy, ha la responsabilità artistica di una trilogia che ruota intorno a un personaggio femminile, Rey (Daisy Ridley), che moltissimi giudicano una Marie Sue, ovvero un cartonato senza spessore il cui unico scopo è impartire lezioni morali insieme ad altri personaggi della trilogia, come l’antipaticissima ammiragli(a) Amilyn Holdo (non si è mai vista un’acconciatura più brutta e di un colore più improbabile), o persino la principessa Leia e il soldato Rosie Tico.


    Fino ad arrivare al nuovo progetto di casa Lucas (non più del padre fondatore, il buon George Lucas, spesso reputato troppo maschilista e troppo vicino al patriarcato), cioè The High Republic, dove i personaggi vengono introdotti sulla base di una specie di codice Cencelli della inclusività di genere (un trans, un afro, una roccia …).

    Potrei andare avanti all’infinito con altri infausti e maldestri tentativi di imporre una prospettiva ideologica al mondo del fantastico. È chiaro che una parte consistente del pubblico si è ribellata e infastidita a questa vocazione moraleggiante dei media. E infatti si è coniato il detto Go woke, get broke che si potrebbe tradurre come « l’ideologia porta alla rovina».

    Uno dei sintomi rivelatori di questa deriva ideologica è la tentazione dei protagonisti di accusare il pubblico di inadeguata coscienza civile. Se al pubblico non piace The Last Jedi non sarà perché il regista, Ryan Johnson, ha scelto una trama debole e piena di buchi, ma perché il pubblico è arretrato e incapace di apprezzare personaggi femminili forti. Davvero? Peccato che personaggi come Ripley (Alien), Katniss Evergreen (The Hunger Games), Wonder Woman, Valkyrie (Thor), Imperator Furiosa (Mad Max: Fury Road), Sarah Connor (Terminator) siano sempre stati amatissimi da tutti i nerd del mondo indipendentemente dal loro genere.

    Il problema è sempre solo uno: l’inversione tra qualità artistica (anche in senso commerciale) e il valore ideologico. Raccontare storie edificanti non è mai stato particolarmente divertente.

    Si dirà, si è sempre fatto! Anche l’Eneide, I Promessi Sposi o Via col vento erano animati dai valori dell’epoca e dall’ideologia. Certo, ma non li ricordiamo e li amiamo per questo. Anzi! In fondo, si tratta di un piccolo numero di casi in cui il guinzaglio dell’ideologia non ha frenato la creatività dell’autore. Della lunga schiera degli autori amati da chi possiede, gestisce e distribuisce potere e ricchezza, non ricordiamo quasi nessuno. E non si deve dimenticare un fatto fondamentale, nella nostra epoca dovremmo essere noi a scegliere personaggi e storie, non i padroni delle industrie mediatiche sempre vicini al potere politico ed economico.

    La deriva ideologia dell’immaginario rischia poi di tracimare nella vita reale. Lo stimato politologo canadese Eric Kaufman (Birkbeck College, University of London) ha appena pubblicato una indagine (dal titolo significativo di Crisi della libertà accademica: punizioni, discriminazioni e auto-censura) dove si vede come l’ideologia woke sta diventando un credo al quale non ci si può sottrarre per il timore di essere esclusi da una serie di possibilità sociali (tipo vincere una cattedra).

    Il controllo dell’immaginario non è una questione da poco: è il campo di battaglia dove si conquista il mondo reale perché è il luogo dove si scelgono i valori in base ai quali si premiano o si puniscono le persone. È l’inversione del rapporto tra arte e morale: pensare che qualcosa sia bello perché è giusto. Abbiamo combattuto per anni per uscire da questa visione medievale. Non sarebbe auspicabile ricaderci ora.

    Ci vogliono cambiare, non tutti vogliono esserlo. Si può cambiare idea, ma alla pari, da essere umano a essere umano, non da imbonitore a passivo credente. I predicatori non sono mai piaciuti. Fa tristezza vedere il mondo della fantasia e della creatività contrabbandare in modo subdolo una ideologia, giusta o sbagliata che sia. Nessun azione o idea è meritevole se imposta. È questo il vizio dell’ideologia e della propaganda, imporre quello che dovrebbe essere una scelta libera. Kathleen Kennedy, Chris Chibnall, predicatori woke… giù le mani dai nostri eroi!


    Linkiesta

    Dalla stampa alla scuola, dall'arte al mondo delle imprese, un pensiero che si sta imponendo con la sua escrescenza, la cancel culture


    Come onorare il riconoscimento e le cause legittime delle minoranze senza screditare le cause, altrettanto legittime, della maggioranza? Grande punto di domanda, che colpisce tutta la società su temi centrali come il genere, l'origine etnica o sociale, il ruolo delle donne, le pratiche di consumo, la storia o la questione ambientale. E via discorrendo. Questioni immense ma che ricevono risposte disastrose, alla luce di un dibattito pubblico e di un trattamento politico indegni, in un clima di antagonismi e di odio. La conseguenza è il raggiungimento di risultati opposti all'obiettivo auspicato: la divisione si impone sulla concordia, compromettendo la realizzazione di progressi concreti a beneficio delle minoranze stesse.

    Non si tratta di contestare la legittimità delle rivendicazioni delle minoranze, né alcuni mezzi utilizzati per promuoverle. Nella storia recente, quale sarebbe stata la sorte dei neri, degli omosessuali, delle persone con disabilità, e che ne sarebbe dell'indipendenza delle donne senza la rabbia, le proteste e talvolta persino le violenze che sono state espresse? Se François Mitterrand e Robert Badinter non si fossero battuti, crediamo veramente che l'abrogazione della pena di morte, all'epoca minoritaria nell'opinione pubblica, sarebbe passata? Ma "ieri" non è "oggi". L’oggetto delle cause delle minoranze aveva una portata universale, migliorava le coscienze e l'umanità, e l’interesse particolare che perseguivano, più tardi, avrebbe avuto delle ripercussioni positive sull'interesse generale. Alla fine, si percepiva che un giorno queste cause avrebbero riunito le persone, a beneficio di una civiltà in evoluzione. E’ il caso, oggi, della questione ambientale.


    Ma molte altre cause minoritarie e i metodi utilizzati per promuoverle non emanano lo stesso profumo. Perché le cause sono incomprensibili o perché i metodi veicolano una radicalità, un’ossessione vittimistica o argomenti menzogneri che discreditano i loro artefici. Quelli che ritengono di subire una persecuzione xenofoba da parte delle forze di polizia sono credibili quando urlano che il razzismo è strutturale all'interno dell'istituzione? L’affermazione secondo cui nei campus americani imperversa una "cultura sistemica dello stupro" non è ammissibile, nonostante l’esistenza di stupri nei campus americani. Una realtà parziale non può essere strumentalizzata a favore di una generalizzazione. Il semplicismo non può imporsi sulla complessità. Abbattere le statue o sbattezzare le strade col pretesto che le figure rappresentate incarnano un passato coloniale significa svuotare la storia del suo contesto, significa voler riscrivere la storia in funzione delle idee e dei rapporti di forza del presente, significa anche voler cancellare la storia (…).


    Il mondo del sapere e dell'istruzione non è da meno. Non si contano più gli episodi di conflitti tra insegnanti e gruppuscoli identitari. Nel 2019, una conferenza di Sylviane Agacinski all'università di Bordeaux è stata annullata sotto la pressione di associazioni studentesche che giudicavano la filosofa, ostile alla Pma (Procreazione medicalmente assistita), un'"omofoba". In Gran Bretagna, in alcuni campus universitari, il clima è diventato talmente elettrico che le dimissioni si accumulano. Quella recente della filosofa Kathleen Stock, dell’Università del Sussex, ha creato un elettrochoc oltremanica. Il suo crimine? Considerare il sesso come una realtà biologica e inalienabile, scatenando l'ira, divenuta insopportabile, delle organizzazioni transgender.


    Dietro questa ideologia del discredito e dell'anatema, nell'humus della quale germogliano l’inquietante tentazione dell'autocensura e lo spettro di un agghiacciante puritanesimo, non solo la libertà di pensare e di esprimersi è minacciata, non solo il dovere fondamentale di ascoltare e di rispettare le opinioni divergenti è calpestato, ma anche il funzionamento stesso della democrazia si ritrova indebolito (…).


    Uno degli effetti deleteri della cultura woke è quello di omogeneizzare, di standardizzare e persino di "purificare" i gruppi sociali, di imprigionare le minoranze nella loro nicchia e simultaneamente di escludere gli estranei da quest'ultima. In altri termini dividere la società in arcipelaghi e in comunità, piuttosto che abbattere le muraglie che la frammentano e creano ghetti. O come si impongono la negazione della diversità, l’impossibilità del vivere assieme, il rifiuto dell'universalismo ereditato dai Lumi. Questa comunitarizzazione della collettività disonora il principio di comunità.


    Il Foglio



    Come avete letto questo articolo esprime una sua valutazione, è quello che ho trovato facendo una breve ricerca, non vorrei che vi condizionasse.

    Anzi io su questa ideologia woke so pochissimo, se oltre alla vostra valutazione mettete anche in che cosa avete capito che consiste, mi fate un piacere.

    bruce0wayne la dice giusta. Basta vedere anche le modelle di Instagram, alcune sono attraenti perché hanno un bel sedere e poco seno.


    Rimango dell'idea però di come un uomo possa continuare a fare sesso con la sua compagna priva di forme. Avevo visto una completamente piatta ed è la prima cosa che mi sono chiesta. Una cosa è avere poco seno, ma un bel sedere, non avere entrambi e nemmeno fianchi e con la vita dritta, come fai? Completamente dritta, nessun segno di curva, alla lunga non ti manca qualcosa da stringere?

    Il bello delle donne per me, sessualmente parlando, è che sono morbide, quindi sono dalla parte delle curve.

    Ma ci sono tanti gusti diversi, è plausibile che ci siano degli uomini attratti dalle figure magre, più "angeliche".

    Ma il dubbio sulla prima domanda mi è venuto in primis perchè forse l'hai già detto, ma soprattutto perchè sento in giro (e sul web) di questi fenomeni di para-omosessualità od omosessualità in ambienti paradossali per il fenomeno: in ambienti di scaricatori di porto, ambienti di estrema destra, palestre...insomma luoghi dove ci sono maschioni bruti.


    E' vera questa cosa?

    Negli ambienti che hai citato c'è un'esaltazione della virilità, mi vengono in mente le SA al tempo del Nazismo, che furono decapitate da Hitler anche per l'omosessualità del loro comandante.

    Voglio dire che quando si esalta al massimo la virilità si trova riprovevole lasciarsi irretire dalle donne, e si preferisce divertirsi tra uomini.