Messaggi di Pie30

    Ma più passa il tempo e più questa paura diventa realtà. Magari uscendoci e parlandoci riuscite ad avvicinarvi ancora di più.


    Capisco la paura di non piacergli veramente, ma secondo me a volte è meglio ricevere un no (o un ni) che rimanere nel dubbio di "forse gli piacevo ma ho tardato/se non ci fosse stata la mia amica/ecc".

    Non voglio, è una situazione che riguarda solo me. Lei ci tiene alla nostra amicizia e questo basta e avanza. Se dovesse succedere qualcosa tra loro, prenderò atto allora e vedrò che fare, ma per il momento no. Anche perché non verrò mai a sapere se lui si vede con altre donne; la mia amica l'ha solo visto, non lo conosce.


    Lui mi interessa e lo vedo come potenziale compagno, da come si comporta con me e da quello che mi dice, sembra che anche per lui valga la stessa cosa.

    Io non so come sia lui, sono un uomo (vergine a 26 anni) e immagino che lui si guardi intorno non idealizzando le ragazze ma pensando solo "quella sembra carina, magari le interesso", e quindi come si suol dire prova la giocata. Io non la prenderei male soprattutto perché per ora mi sembra che voi due siate ancora alla fase iniziale del corteggiamento, quando magari dubita ancora sul fatto che tu gli piaccia o meno. Potresti, per toglierti il dubbio, effettivamente chiedergli di prendere un caffè, e da come va/come risponde muoverti di conseguenza. Adesso rischi solo di rimuginare, rimanerci male e avere i rimorsi in futuro se non dovessi muoverti. (Questo ovviamente secondo me).

    Ricordo anni fa, quando mi piaceva un uomo, vivevo con serenità il corteggiamento; ora sono in ansia, troppa sinceramente e non va bene, ma anche per situazioni banali. Senza parlare del fatto che mi crescono sensi di colpa.

    Ciao, può essere che quest'ansia sia animata dal fatto che hai paura di rovinare tutto perché lui ti piace e hai paura che sbagliando, facendo un passo falso, possa andare tutto in malora? I sensi di colpa però da cosa sono dipesi?

    Grazie della risposta. Di base sono d'accordo con te su tutto; il problema è stato riuscire a capire che questa agitazione che mi ha procurato la discussione era data dal fatto che anche questo mio amico si volesse presentare cinico (quando nella realtà non lo è) perché è stato molto ferito dalla massa.


    Quando parlo di io perfezionista, parlo di una parte di me molto giudicante, una parte di me che cerca di muoversi seguendo determinati comportamenti considerati buoni, e che appena vede un minimo di dubbio o di cattiveria mi cataloga come persona cattiva. È una parte di me interna che critica il mio operato e che non riesco sempre a limitare perché è dura e, per proteggermi, mi fa venire pensieri strani e attacchi d'ansia e/o di panico.

    Si, la perdita è stata ed è al centro di questa tematica. soprattutto nelle ultime sedute stiamo cercando di capire il perché e il come staccarmi da figure paterne esterne a me, solo che è difficile e questo mio amico è stato per molto tempo quasi un gemello o anche un occhiale che mi faceva vedere la realtà in maniera diversa. Non so perché quando discutiamo/discutevamo mi vinceva sulla logica e lì quindi mi sentivo schiacciato, come se dovessi asservirlo a livello ideologico (es: l'amore non esiste, la morale non ha senso, ecc.).

    Ciao e grazie di aver risposto.

    Già in passato mi allontanai da lui perché aveva delle idee dannose per la mia salute, riallontanarmi fisicamente non so se è possibile più di quanto non stia facendo anche perché facciamo parte dello stesso gruppo di amici e conoscenti. La cosa che dovrei fare è staccarmi da lui a livello emotivo: non considerarlo più come un padre surrogato o una figura che ha la verità in tasca, ma solo un amico che ha avuto molta sfiga e per questo è diventato così. Il problema adesso è che mi chiedo quali siano i miei valori, la mia morale. Se effettivamente ne abbia una o se segua solo quella corrente sperando di venir premiato prima o poi. Mi sento come se avessi perso la mia bussola morale, non so se a qualcuno è capitato.

    Qualche giorno fa stavo discutendo con un mio amico che mi stava raccontando che per lui nella vita conta fare i furbi, approfittarsene, e chi non lo fa allora è uno stupido. Ha una visione molto cinica della vita: per lui tutti abbiamo un prezzo, per cui sottostare a fare cose che non vogliamo fare (andare a letto con qualcuno, uccidere, ecc). Questo mio amico è una persona molto importante perché è stato mio migliore amico per tanto tempo, ci conosciamo da 20 anni, adesso ne abbiamo 26 e 25 e entrambi abbiamo avuto esperienze dolorose nelle nostre vite, ma a lui è andata in un certo senso peggio avendo avuto molte più sfighe di me. Tra le mie sfighe c'è l'avere perso il padre a 14 anni per un tumore, e questo ha comportato il fatto che abbia cercato in altre figuri maschili intorno a me un surrogato di padre. Tra le varie persone c'è stato e c'è lui, che già aveva le sue sfighe nella vita, ma mi sembrava che le affrontasse meglio di me. Per una serie di motivi, a inizio 2020 mi sono allontanato da lui perché stavo diventando la sua copia a livello di pensiero e questo ha comportato il fatto che una mia parte interna, vera, si sia ribellata. Sono andato in terapia per capire meglio come io funzioni e per superare vari traumi che ho avuto, ancora ci vado. Ero arrivato a un punto molto buono della mia vita, ero riuscito pure a ricucire un nuovo rapporto con questo mio amico, avevo ancora paura di lui sotto alcuno aspetti, però pensavo di stare intraprendendo una strada verso lo stare bene, e alla fine giovedì se ne esce così e mi lascia di stucco.

    Da quel giorno ho avuto episodi di ansia chiedendomi se abbia effettivamente ragione su quello che dice, mi chiedo se le leggi morali, i valori che considero importanti, li consideri tali perché miei o perché dati da altri e io li ho solo adottati. Mi chiedo se forse in realtà dovrei muovermi seguendo la sua filosofia perché forse ha ragione, però so che la sua visione è così... grigia. Sembra non abbia nulla di sacro se non se stesso. Vorrei sapere cosa ne pensate.

    Ciao a tutti, ho finalmente capito perché ho questi dubbi sul prendere una seconda laurea o meno. Col mio terapeuta siamo arrivati alla conclusione che, quando ho scelto la facoltà, mi sentivo "vincolato": in casa mia si è sempre respirato diritto (mio padre, mio fratello, mio nonno), e anch'io ho preso questa strada, secondo me, per emulare mio padre.


    Mi spiego meglio: mio padre è venuto a mancare nel 2013, quando avevo da poco compiuto 14 anni, a causa di un tumore. L'ultimo anno è stato un inferno. Dopo la sua morte speravo che ci saremmo potuti tutti risollevare, ma non è stato così. Mia madre ha sofferto di depressione post morte di mio padre, mio fratello aveva i suoi problemi, e io a un certo punto mi sono sentito di dover sostituire quella figura mancante. Ho cominciato a essere "il guardiano della casa", soprattutto a livello emotivo: cercavo di non pesare su mia madre, anzi, cercavo di aiutarla e, se la vedevo giù, le stavo vicino e cercavo di tirarla su. Il tempo passava, ma il mio ruolo era divenuto quello.


    Adesso, a 11 anni dalla morte di mio padre, mi rendo conto che voglio diventare una persona con la mia personalità e le mie idee, le mie passioni, il mio lavoro. Non una copia. Mi devo staccare da questo ruolo che ho sentito di dover adottare in casa. Per me il diritto è sempre stato qualcosa in cui mio padre era bravo, bravissimo. Vedo che io non sono come lui, mi sento sempre in difetto rispetto a un'idea che ho. Questo mi spinge a cercare una mia identità in altre branche.


    Adesso non so se, finita l'università, inizierò un'altra facoltà come quella di psicologia o continuerò con il diritto, cercando di farmi la mia strada lì. Ma so che la mia identità si deve formare al di fuori della mia famiglia.