Messaggi di shame

    Ciao a tutti! Sto con un ragazzo da quasi un anno. Si parlava di andare a vivere insieme, cercando di mettere qualcosa da parte. Si parlava di trasferirsi o l'uno o l'altro, ma a quanto pare lui non vuole lasciare il lavoro? Che ne pensate? Consigli?

    Ciao. Nemmeno un anno insieme è praticamente niente per fare progetti così grandi. Se lui non vuole mollare il lavoro, non è un problema di sentimenti, è realtà: ognuno ha priorità e limiti concreti.


    "Due cuori e una capanna"?

    Serve più testa che entusiasmo.


    Prima di pensare a trasferimenti o convivenza, costruite basi solide, non sogni da adolescenti.


    Nessuno dei due ha diritto di chiedere stravolgimenti nella vita dell'altro, nel nome di qualcosa... che ancora non ce l'ha un nome.

    Sono stata bene fino a poco fa, o almeno credevo. Accumulo stress e poi scarico tutto su me stessa. Vorrei urlare, piangere, ma resto muta, trattengo. E intanto un fortissimo mal di testa. Ci sono situazioni che non riesco a gestire, o meglio relazioni. Vorrei scappare, restare sola o circondarmi di persone che stanno bene. Sono stufa di avere intorno persone che non stanno bene mentalmente, non le voglio più! Ho passato tutta una vita con persone instabili, sono instabile anche io, lo sono diventata e non voglio essere così. Scusate, ma oggi è una giornata brutta, brutta. Speravo che oggi la terapia mi avrebbe fatto sentire meglio, ci sono andata male e ci sono tornata peggio. ;(

    Quello che stai vivendo non è tristezza: è saturazione. Come una stanza piena di fumo in cui hai respirato troppo a lungo senza accorgertene, finché improvvisamente manca l’aria. E allora non piangi, non urli — ti immobilizzi.

    Il corpo sì, però, protesta: con il mal di testa, con la tensione, con il silenzio.


    Dire “sono stufa di persone che non stanno bene” non è crudeltà. È una dichiarazione di sopravvivenza. Dopo una vita passata a stare accanto a chi cade, si impara a cadere insieme. Ma non sei nata instabile: ti sei adattata a un terreno instabile. E adattarsi troppo a lungo logora.


    Il fatto che la terapia oggi ti abbia fatto stare peggio non significa che non funzioni. A volte non cura: scava. Ma è l’unico modo per smettere di costruire sopra ferite mai guardate.


    Non devi essere forte oggi. Non devi neanche essere lucida. Puoi essere solo stanca. E la stanchezza, quando è vera, non chiede spiegazioni: chiede spazio, silenzio, aria.

    Lasciala essere una giornata brutta...l'importante è che tu non ti convinca che sei la Leila di oggi.


    Se vuoi scappare, forse non vuoi fuggire dal mondo. Forse vuoi solo tornare a casa dentro di te — e non trovi ancora la porta.


    Quello che descrivi non è semplice indecisione: è una fatica esistenziale profonda, e si sente tutta. Non è da poco riuscire a raccontarla.

    L'immagine delle mani che lasciano cadere l’oggetto è potente. Non sembra mancanza di volontà, ma come se qualcosa dentro di te spegnesse la luce prima ancora che tu possa vedere se davvero valeva la pena accenderla. E questo, a lungo andare, stanca più di qualunque fallimento.


    Forse non è che tu non sappia scegliere. Forse sei diventata troppo severa con il tuo stesso desiderio. Come se ogni interesse dovesse subito dimostrare di essere "giusto", utile, degno — e se non supera quell’esame, viene scartato prima ancora di poter crescere.

    La cosa più dolorosa che leggo non è l’assenza di passioni, ma il vuoto identitario che ne è seguito: "non so più cosa raccontare di me". Questo non dice che tu non sia niente. Dice che sei rimasta troppo a lungo senza uno spazio dove poter "essere senza dover dimostrare".


    Forse non serve trovare "la cosa giusta". Forse serve concedersi una cosa inutile. Inutile nel senso più libero: senza scopo, senza valore, senza identità da costruire sopra. Solo qualcosa da fare, non da giustificare.


    Credo che tu non sia rotta. Credo che tu sia stanca. E la stanchezza, a volte, non si cura trovando la direzione giusta, ma togliendo un po' di peso dal cuore mentre si cammina.

    Ti leggo e non vedo una persona “profonda”: vedo una persona coerente nel suo disagio fino all’autodistruzione. E lo dico senza giudizio, ma con chiarezza.

    Il mondo immobile che descrivi non è un mondo dell’amore, è un mondo senza vita. Non senza morte: senza vita. L’assenza di scelta non è pace, è anestesia. La felicità che immagini lì dentro non è felicità, è sospensione. È il sogno di smettere di sentire, non di sentire meglio.


    Quando dici “amore = dolore” stai facendo un’operazione precisa: stai riducendo l’amore a ciò che resta quando tutto il resto è morto. Ma l’amore, quando era vivo, non era solo dolore. C’erano gesti, parole, conflitti, noia, quotidianità. Tu stai scegliendo di conservare una sola parte, la più lacerante, e di chiamarla fedeltà.


    La casa-santuario, il senso di colpa del sopravvissuto, il desiderio di punizione: questo non è amore che resiste, è colpa che si autocelebra. Non ti mantiene vicino a chi hai perso: tiene fermo te. È una forma raffinata di espiazione, non di legame.

    Dici che il dolore è l’unica cosa che rimane. No. Il dolore è l’unica cosa che scegli di far rimanere. I ricordi non svaniscono perché si vive: svaniscono quando non li si nutre più con la vita. La nebbia non arriva perché si va avanti, arriva perché ci si rifiuta di guardare altro.


    E quando dici che la prigione ha le porte aperte ma stai meglio dentro : non stai difendendo l’amore, stai difendendo una struttura che ti evita la responsabilità di vivere. Perché vivere significa esporsi a nuove perdite, nuovi tradimenti del tempo, nuove trasformazioni. E questo ti terrorizza più del dolore.


    Non c’è nulla di nobile nel restare. Non c’è nulla di sporco nell’andare avanti. Il lutto non chiede fedeltà eterna: chiede integrazione. Se diventa identità, smette di essere memoria e diventa culto.

    Puoi restare lì, certo. Nessuno può costringerti a uscire. Ma non chiamarla verità universale, né amore più grande. È una scelta. E come tutte le scelte, ha un costo: la vita che non vivi.


    Moralizzare la sofferenza non è la via di uscita, tutt’altro : sei come, scusa il paragone, gli invasati che indossano il cilicio e quest'ultimo funziona solo se il dolore viene caricato di valore morale.

    Soffrire diventa: prova di autenticità, prova di amore, prova di profondità, prova di superiorità silenziosa


    Chi soffre “di più” si sente più vero, più puro, più fedele. È una gerarchia invisibile: io resto nel dolore → quindi amo di più → quindi valgo di più.


    Chiudo con la cosa che mi fa più fatica dire, ma va fatto : menzioni dei figli. Non c'è una tabella di marcia qui, non sappiamo in che ordine ce ne andiamo. Dio non voglia, e lo ripeto, Dio non voglia, dovesse accadere qualcosa , allora sì che sarà un dolore insanabile, ma non quello della scomparsa, quello di non essere stato presente perchè eri preso da qualcosa che non esiste più da 20 anni.


    In psicopatologia si dice che tutto ciò che è continuativo è patologico. Sarebbe utile per te e per chi ti vive accanto che tu inizi a guardare alla situazione in quest'ottica.

    Capisco quello che dici, ma qui c’è un punto che va detto chiaramente: trasformare il lutto in qualcosa di "insanabile" non è profondità, è una forma elegante di immobilità.


    Il dolore non è una misura dell’amore. Se fosse così, sopravvivere sarebbe una colpa e andare avanti un tradimento. Non lo è.


    La verità è che il cervello umano non è progettato per sentire per sempre con la stessa intensità.

    Se lo facesse, moriremmo. Letteralmente.


    La sua funzione più potente non è ricordare, è attenuare, riorganizzare, dimenticare abbastanza da permetterci di continuare a vivere. Questo non cancella l’amore, lo rende sostenibile.


    Dire che "se dopo mesi non soffri più allora non amavi abbastanza" è una frase che suona profonda, ma è falsa. È una narrazione che mette il dolore su un piedistallo e lo scambia per fedeltà. Non lo è. È solo dolore.


    Onorare chi hai perso non significa restare inchiodato a un vuoto per decenni. Significa portarlo dentro mentre procedi. Il lutto non si vince, ma nemmeno ci si deve abitare. Quando lo fai, non stai amando di più: stai solo rinunciando a vivere, e questa non è una virtù.


    Il dolore resta, sì. Ma se diventa identità, allora non è più lutto: è una gabbia. E quella gabbia non salva nessuno.

    Ciao.

    Quello che racconti è grave, ma c’è un punto che stai evitando: stai chiedendo a chi ti circonda un riconoscimento che probabilmente non arriverà mai. Né da tua madre, né da tuo padre, né dai tuoi fratelli. Continuare ad aspettarlo ti tiene inchiodata lì più di quanto ti abbia fatto tua madre.


    La bambina che sei stata non ha bisogno che tu resti ferma nel dolore per essere onorata. Ha bisogno che l’adulta smetta di vivere come se il processo fosse ancora aperto.


    L’ingiustizia c’è stata, sì. Ma non è il riconoscimento altrui che la rende vera.


    Il rischio è questo: trasformare una violenza subita in un’identità. E allora non sei più solo “quella a cui è successo”, ma “quella a cui sta ancora succedendo”.

    Non si tratta di dimenticare. Si tratta di smettere di chiedere al passato il permesso di vivere il presente.

    Smetti di chiedere al mondo di convalidarlo... è un inizio.

    Fermati un attimo.

    Un commento, anche duro, non porta in galera così, e una foto davanti a una procura non è una denuncia. Le denunce non si fanno su Instagram.


    Se hai scritto qualcosa di eccessivo, la cosa razionale da fare è parlare con un avvocato o chiedere un parere legale e se lui lo riterrà fondato potrà fare una verifica in Procura nel registro degli indagati. In mezz’ora risolve.

    Vivere nel panico e immaginare il peggio non ti aiuta.


    Se stai pensando seriamente di farti del male, chiedi aiuto subito: parla con qualcuno di vicino o chiama 800 860 022, questo è Telefono Amico per crisi emotive acute e pensieri suicidari, ci sono persone specializzate. Non restare solo con questa paura.

    Risolvi un problema alla volta.

    Ciao.

    Capisco la tua preoccupazione e il fatto che tu soffra nel vedere una persona che ami farsi del male. È umano.

    La dipendenza è sua, ma l’ossessione sta diventando tua.


    Lui sa benissimo che fumare fa male. Non gli manca l’informazione, gli manca la decisione.

    E quella non gliela darai né con lettere, né con coltelli emotivi, né con ultimatum .

    Scrivergli una lettera “per scavare e far piangere” non è supporto: la percepirebbe come pressione.

    E la pressione, con le dipendenze, produce solo difesa o bugie.


    Hai due sole strade adulte:

    o accetti che lui oggi è questo, fumatore compreso, oppure ammetti che per te è un limite non negoziabile e trai le conseguenze, anche rispetto al fumo passivo.

    Tutto il resto è logorarti e logorarlo.


    Io sono stato un pesante fumatore, 30 sigarette al giorno.

    Ho smesso perché ho deciso che fumare non era più compatibile con la mia vita e i miei obiettivi.

    Non ci sono trucchi magici: ho scelto un momento preciso, ho accettato che sarebbe stato difficile, e mi sono imposto di non cedere.

    Ogni volta che sentivo la voglia, facevo qualcosa di concreto per distrarmi o respirare meglio.

    Funziona solo se la decisione parte da dentro, non da chi ti circonda.


    Il fumo, e lo affermo con cognizione di causa, non crea crisi fisiche di astinenza come alcool o droghe, tuttalpiù un po' di nervosismo e aumento dell'appetito.

    La vera “dipendenza” è mentale: abitudine, routine, bisogno psicologico di accendere una sigaretta.

    È questo che mantiene uno schiavo del gesto, non il corpo che reclama astinenza estrema.