Ecco se potessi vorrei un mondo così: immobile. Un mondo dove niente cambia, dove i genitori rimangono genitori e i figli, figli. Ogni pezzo sta nella sua casella della scacchiera e niente viene più mosso.
Sarebbe un mondo bellissimo privo di incertezza o morte, privo di scelte perché ogni cosa resta dove deve restare. Penso addirittura che in un mondo del genere potrei perfino ad arrivare ad essere pienamente felice.
Secondo me lo è eccome. Si va avanti per via delle catene con i vivi ma non avessi nessuno vivo non so se andrei avanti. In ogni caso non c'è giorno in cui non senta la colpa e il tradimento di essere sopravvissuto e la rabbia e il tradimento per chi se n'è andato e non doveva.
Probabilmente sono fortemente anomalo allora perché fai conto che tengo casa di nonna da 20 anni esattamente come l'ha lasciata, la faccio pulire e manutenere perfettamente ma senza spostare niente e ogni volta che per qualche motivo sento che qualcosa cambia ci vado, mi siedo in silenzio e aspetto che quel santuario mi punisca. Per questo dopo 20 anni posso dire di amarla ancora oggi come il giorno che se ne andò.
E che vuoi che ti rimanga dopo la morte? Il dolore è l'unica cosa che rimane. Lo coltivi perché in assenza di esso come almeno in parte giustamente dici avanzerebbe la nebbia. Tutto diventerebbe sfumato, andresti avanti e prima o poi rimarrebbe solo l'ombra di quel che era. Ricordi sfocati che prima o poi sparirebbero quasi del tutto.
Nel mio personalissimo mondo, quindi senza volerlo imporre a nessuno e ci mancherebbe, non c'è un procedere. Quando arriva la morte dove vuoi che vada? A che serve?
Facciamo per ipotesi che vado avanti... e quello che ottengo per chi lo sto ottenendo? Per me? Sinceramente non me ne è mai importato niente, dovessi fare quello che veramente vorrei per me dormirei 24/7. Per i figli? Hanno già oggi più di quello che sarebbe giusto avere. Quindi dovrei andare avanti solo per andare avanti?! Come se uno per fare una metafora andasse a lavorare non per ricevere uno stipendio ma semplicemente per il gusto di andare a lavorare.
Sarà un mio limite ma non ci trovo veramente un senso.
Assolutamente, hai ragione. Anzi più che una gabbia è una prigione di quelle terribili dove ti torturano, una prigione a cui ti condanni a vita. Eppure è una prigione con le porte aperte ma da cui non ho nessuna voglia di uscire perché nonostante tutto mi sento meglio dentro che al pensiero di esserne fuori.
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Ti leggo e non vedo una persona “profonda”: vedo una persona
coerente nel suo disagio fino all’autodistruzione. E lo dico senza
giudizio, ma con chiarezza.
Il mondo immobile che descrivi non è un mondo dell’amore, è un
mondo senza vita. Non senza morte: senza vita. L’assenza di scelta
non è pace, è anestesia. La felicità che immagini lì dentro non è
felicità, è sospensione. È il sogno di smettere di sentire, non di
sentire meglio.
Quando dici “amore = dolore” stai facendo un’operazione
precisa: stai riducendo l’amore a ciò che resta quando tutto il
resto è morto. Ma l’amore, quando era vivo, non era solo dolore.
C’erano gesti, parole, conflitti, noia, quotidianità. Tu stai
scegliendo di conservare una sola parte, la più lacerante, e di
chiamarla fedeltà.
La casa-santuario, il senso di colpa del sopravvissuto, il
desiderio di punizione: questo non è amore che resiste, è colpa che
si autocelebra. Non ti mantiene vicino a chi hai perso: tiene fermo
te. È una forma raffinata di espiazione, non di legame.
Dici che il dolore è l’unica cosa che rimane. No. Il dolore è
l’unica cosa che scegli di far rimanere. I ricordi
non svaniscono perché si vive: svaniscono quando non li si nutre più
con la vita. La nebbia non arriva perché si va avanti, arriva perché
ci si rifiuta di guardare altro.
E quando dici che la prigione ha le porte aperte ma stai meglio
dentro : non stai difendendo l’amore, stai difendendo una struttura
che ti evita la responsabilità di vivere. Perché vivere significa
esporsi a nuove perdite, nuovi tradimenti del tempo, nuove
trasformazioni. E questo ti terrorizza più del dolore.
Non c’è nulla di nobile nel restare. Non c’è nulla di sporco
nell’andare avanti. Il lutto non chiede fedeltà eterna: chiede
integrazione. Se diventa identità, smette di essere memoria e
diventa culto.
Puoi restare lì, certo. Nessuno può costringerti a uscire. Ma
non chiamarla verità universale, né amore più grande. È una
scelta. E come tutte le scelte, ha un costo: la vita che non vivi.
Moralizzare la sofferenza non è la via di uscita, tutt’altro :
sei come, scusa il paragone, gli invasati che indossano il cilicio e
quest'ultimo funziona solo se il dolore viene caricato di valore
morale.
Soffrire diventa: prova di autenticità, prova di amore,
prova di profondità, prova di superiorità silenziosa
Chi soffre “di più” si sente più
vero, più puro, più fedele. È una gerarchia
invisibile: io resto nel dolore → quindi amo di più → quindi
valgo di più.
Chiudo con la cosa che mi fa più fatica dire, ma va fatto :
menzioni dei figli. Non c'è una tabella di marcia qui, non sappiamo
in che ordine ce ne andiamo. Dio non voglia, e lo ripeto, Dio non voglia, dovesse accadere qualcosa , allora sì che sarà un dolore
insanabile, ma non quello della scomparsa, quello di non essere
stato presente perchè eri preso da qualcosa che non esiste più da
20 anni.
In psicopatologia si dice che tutto ciò che è continuativo è
patologico. Sarebbe utile per te e per chi ti vive accanto che tu
inizi a guardare alla situazione in quest'ottica.