Posts by Kowalski_93

    Perché dici che sei circondata da chi ti vuole addirittura male?


    Soffro (da anni) di maltrattamenti in famiglia ed in società di diverso tipo, ed alcuni dei molestatori sociali mi si sono attaccati addosso tormentandomi in modo ossessivo da parecchio tempo. Non è per sconfinare in altri temi, più complessi e delicati ancora. In queste condizioni di malessere terribile, in cui sono accerchiata, profondamente disprezzata ed isolata (basta che metta il naso fuori dalla porta), speravo di poter trovare nel mio fidanzato l'unico aiuto disinteressato e la prima esperienza di affetto reale, ma è vero che so di non meritare né l'uno né l'altro, non perché (come mi trasmetteva mia madre) sia nata inamabile, ma soprattutto perché lo sono di fatto diventata. Ho gestito in una maniera che definire balorda è poco questa mia prima "vera" relazione "sentimentale" (è vero che come relazione non ha quella dignità). Non mi era mai capitato prima di vedermi o immaginarmi voluta bene da qualcuno. Mi sono lasciata andare a quello che sentivo di fare. Così capitavano scene assurde ed oltre i limiti della tolleranza. Quello che vorrei è che a fronte della situazione mi ritenesse degna almeno di un abbandono. Quando lo aggredisco lui finge poi di perdonarmi ma in fondo accresce solo il suo risentimento. Penso che sia meglio interrompere di netto questo rapporto malato, ma non ci riesco mai. E so di doverci riuscire in qualche modo, prima o poi, ma ho paura del dopo.

    Sono cresciuta con certi condizionamenti e sentimenti negativi addosso, che mi hanno impedito un attaccamento sicuro. Sia mia madre che mio padre non mi hanno mai voluto del bene; di conseguenza non sono mai riuscita neanche dopo a trovare molte persone con cui riuscire a costruire un rapporto sano e sincero. Mi ero illusa di aver trovato una felice oasi nel mio attuale compagno ma alla fine si è rivelato tossico, o per lo meno privo di sincerità, anche lui, e so di aver fatto un bel po' di errori e che la nostra relazione è già naufragata anche per colpa del mio comportamento. Il punto è che io cerco sempre di arrivare ad un chiarimento ma lui non vuole dirmi cosa prova e per qualche tornaconto si ostina, anche a fronte di un'assenza (per lo meno odierna) d'amore, a voler continuare a vedermi. Mi sembra che al di là dei miei errori e della sua (e nostra) indole solitaria, lui a volte manifesti dei complessi di superiorità nei miei confronti, che lo portano ad attuare comportamenti scorretti e mortificanti verso di me. Immagino che lo faccia soprattutto quando gli trasmetto, involontariamente, un mio stato d'animo sofferto: pensavo che potesse risentire di certi miei discorsi e cercare di vendicarsi svalutandomi. Sia come sia, al mondo non ho davvero nessuno. Ho lui solo formalmente, ma sto pensando di non vederlo più. Sono sola e peggio che sola circondata da persone che non sono "neutre" ma penso vogliano il mio male.

    È l'ignoranza e la cecità circa la propria squallida natura, e sul male che in prima persona si compie, a predisporre ad un atteggiamento di giudizio e condanna, fino ad arrivare ad una "legittima" violenza punitiva, nei confronti del capro espiatorio di turno. Una persona che è consapevole di sé è anche umile, e se è umile si astiene per quanto può dal giudicare (e disprezzare, e criticare e condannare irrevocabilmente). In tutte le circostanze, dico.


    (Parlando sempre di gente più o meno normale e non di completi psicotici potenzialmente omicidi (ce ne sono tanti in rete e di conseguenza in società, non sempre riconosciuti come tali al di fuori dei confini di certi loro squallidi siparietti persecutori su internet)).


    Non capisco come alcuni possano ancora persuadersi che la cacca si pulisca con altra cacca, fra l'altro. Perché c'è anche chi davvero è convinto che la (sua) violenza possa essere "a fin di bene".

    Da che mondo è mondo, se ti trovi davanti ad un'anomalia o a qualcosa/qualcuno che per suo modo di essere / di agire non approvi, ma cosa vuoi ottenere vomitando odio a tua volta, punendo, umiliando, ridicolizzando, bullizzando, ecc.?

    C'era un famoso detto giapponese che diceva: "Il chiodo storto va raddrizzato a martellate"... ma se è storto, se lo prendi a martellate violente (anziché raddrizzarlo con dolcezza), a me pare che l'unico risultato che ottieni è di storcerlo ancora di più.

    La mia psicologa non mi ha mai messo in testa odio irrazionale verso di lei. Del resto non mi ha mai nemmeno esplicitato suoi giudizi o condanne verso di lei. Se le raccontavo cosa faceva, allora mi faceva delle domande mirate ed ero io poi ad analizzare autonomamente la situazione. Lei cercava di indirizzarmi verso risposte assertive, quindi un atteggiamento tutt'altro che guerrigliero, manipolatorio e strategico, proprio perché le interessa risolvere il problema, e la chiave di risoluzione del problema non sta certo nella rabbia, nel rancore o nei conflitti. Se c'è una cosa che in effetti ho capito, è che più mi mostro ferita ed arrabbiata, più mia madre si avvantaggia, nel primo caso per via del rifornimento narcisistico, nel secondo perché può sfruttare la faccenda andando a diffamarmi (o pure calunniarmi) con persone che sono liete di farsi manipolare da lei e che non hanno nessuna intenzione di ascoltare o prendere in considerazione il mio punto di vista.

    La terapia sta funzionando rispetto al fatto che mi sto sottraendo almeno in parte a lei ed al suo cannibalismo/vampirismo, e questo significa che posso concentrarmi di più su ciò che mi fa stare bene e mi è utile (ricostruire un po' del tutto che lei ha distrutto e polverizzato in quasi trent'anni di abusi). Ovviamente tenermi lontana ed evitare ogni contatto con lei non le impedisce di continuare ad usarmi come le pare, spettegolandomi, disprezzandomi, deridendomi o denigrandomi con chi ritiene possa e voglia darle sostegno. Cioè con tutti quelli con cui interagisce di solito, o quasi.

    Qualunque sia la tua condizione, il tuo stato fisico, non farti influenzare, sii solo te stessa, ti direi di portare in terapia con te anche tua madre, perché mi pare che lei sia il problema e tu la vittima. Questo è e resta solo il mio pensiero e lungi da me creare influenze negative.

    Mia madre ha intrapreso una terapia psicoanalitica per i fatti suoi, per due volte, mollandola in entrambi i casi dopo pochissimo tempo. La prima volta ha pagato le sedute perché la sua terapeuta ascoltasse i suoi leziosi discorsi su quanto mi ama e mi adora e su quanto vorrebbe "aiutarmi", (sarebbe già tanto se non mi volesse rovinare), e su quanto necessiti di un modo per farlo in maniera corretta. Sottinteso: in terapia ci va lei, ma la malata in cura non è lei, il soggetto da curare resto sempre e soltanto io, anche per vie indirette. La sua prima psicologa le ha poi fatto capire, dopo un po', che era opportuno smettere di parlare di me e cominciare un po' a parlare di lei. Risposta: annullamento istantaneo della terapia.

    La seconda volta si è rivolta, sempre di facciata, a uno psicologo "via webcam", la cui prima richiesta è stata quella di di chiedermi tramite mia madre il permesso di contattare la mia psicologa perché loro due lavorassero congiuntamente al "problema". Quando giustamente le ho detto che non se ne parlava proprio, mia madre ha subito colto la palla al balzo. Più tardi le ho chiesto di farmi parlare con questo suo terapeuta perché gli chiedessi direttamente il motivo di una simile richiesta, volendo capire quale pensiero o valutazione da parte sua potesse giustificarla. Ovviamente non me lo ha consentito, e qualche tempo dopo ho saputo che aveva interrotto anche questa seconda terapia (giustificando la scelta con la solita pappardella di menzogne e discorsi manipolatori ai miei danni, immagino).

    Va da sé che mia madre è malata ma non ha nessuna intenzione di riconoscerlo e fare qualcosa per guarire e stare meglio. Anche la terapia viene distorta ed asservita alla mentalità perversa che ha che le ha sempre consentito di campare alla grande levandomi anche le classiche lacrime dagli occhi. Gode nel vivere così, mentre impegnarsi per cercare di diventare sana di cervello ovviamente sarebbe doloroso e pauroso e comporterebbe grossi sacrifici. Non ha nessun interesse nel farlo. Al contrario pensa di andare avanti fino all'ultimo giorno a fare un po' quello che le pare, chiusa nel suo mondo labirintico di strategie machiavelliche, malate e distruttive, perché oltre a non sentire alcun rimorso in conseguenza pensa di non aver nulla da perdere (la sua vita se l'è fatta e ovviamente morirà un giorno, ma se è così, mi faceva intendere, a maggior ragione non gliene frega nulla).

    Negli ultimi tempi, anche se non vorrei parlare troppo presto, mi sento in linea generale più serena, grazie a piccolissime e graduali conquiste che sto mettendo in porto nella mia vita privata, la più emblematica delle quali penso sia rappresentata dall'inizio di un processo di separazione, spero definitiva, da quella figura materna con la quale avevo un rapporto simbiotico, e che grazie alla psicoterapia ho imparato a considerare sotto altri (non molto piacevoli) punti di vista agendo poi di conseguenza, in quello che sembra (voglio sperare che lo sia) l'inizio di una felice conclusione in cui, gradualmente, sto facendo del mio meglio per lasciare andare l'odio e la rabbia e per amalgamare a questi sentimenti distruttivi la mia parte comprensiva o che quantomeno non prova rancore, in una sintesi più o meno "sana".


    La vicinanza della persona che sto frequentando, dei cui sentimenti ho cercato nel tempo di convincermi di più, potendo verificare che la mia fiducia per lui si sia davvero almeno un po' rafforzata nel corso dei mesi (nonostante le ricadute), mi ha dato una grossa mano d'aiuto. Sto quindi cominciando a prendermi cura di più di alcune cose, compreso il mio corpo, che sta cominciando poco a poco a dimagrire senza in genere troppo sforzo da parte mia (cosa impensabile prima, quando vedevo un sano dimagrimento come mera utopia e il tentativo di realizzarlo come sempre ed inevitabilmente destinato a fallire, in seguito a grandi sforzi, stress e sofferenze inutili).


    Chiaramente ho ancora le mie parentesi di sofferenza emotiva, ma se prima c'era solo buio mi sembra che adesso, comunque, si intravveda anche un po' di luce, e ne sono felice e grata.


    Questa mia maggiore serenità d'animo ha portato con sé una riscoperta di tante cose belle di cui prima non immaginavo nemmeno di poter godere, come (per dirne alcune molto semplici e un po' patetiche) poter ammirare un cielo stellato, accorgermi della bellezza della natura o di quante attività interessanti e piacevoli si potessero fare. Qualche mese fa ero psicologicamente morta, pensavo cioè di non voler più vivere e che non ci fosse niente da vivere in fondo (l'unica cosa che mi frenava dal morire era la paura del gesto e dell'oblio). Qualche volta questi pensieri neri mi punzecchiano ancora, ma a livello generale sono sicura di essermene allontanata un po'.


    Sono sicura anche di voler vivere, più che morire.


    E questa mia neonata voglia di vivere continua ad essere minacciata dall'idea, anche quella di matrice depressiva penso, e durissima da scacciare, che da vivere mi resti comunque poco. Non sono ancora neanche 30enne, ed alcuni penserebbero, alla mia età, di aver ancora un bel po' di tempo davanti a sé. Però io sono condizionata dai lutti a cui ho assistito nella mia famiglia d'origine e non mi schiodo dal pensiero che a breve toccherà anche a me, per motivi essenzialmente salutistici (una malattia improvvisa, o l'aggravarsi del mio attuale stato di salute, che è ancora precario). Questo pensiero mi fa vivere in un perenne limbo d'angoscia e a volte mi deprime esplicitamente. Spesso penso all'orrore che sarebbe morire e di conseguenza all'orrore che è vivere (solo per dover un giorno morire, appunto). Lo stato di angoscia perenne e sottintesa a cui alludevo si esplicita nel pensiero, anch'esso inconscio ed ineluttabile, che "tanto finirà presto": con ciò intendendo il mio dolore, che non è ancora del tutto passato, ma anche quegli assaggini di serenità che mi sto godendo negli ultimi tempi.


    So che questo sentimento è patologico, e pur essendo rimasta sorpresa dai miei primi effettivi segnali di ripresa da quel malessere che credevo non solo incurabile ma anche inscalfibile, non sono sicura che, se pure fossi riuscita davvero a migliorarmi sotto quel punto di vista, riuscirò mai a migliorarmi ed emanciparmi da questa sensazione, sentimento o presagio funesto che ho fin dentro le ossa, che mi rimane poco da campare, senza se e senza ma (anche adesso che sto cominciando in fondo a prendermi cura della mia salute)...

    Come va ora? Come stai?

    Cerco di essere tranquilla ogni giorno, anche se la situazione resta assai brutta. In seguito al post abbiamo avuto un altro riavvicinamento (dato che la rabbia da parte sua era già sbollita, subito da lei accolto con festosità, moine e calorose manifestazioni di affetto), che si è tradotto nel lungo periodo nella solita alternanza di conflitti e periodi di stallo. Sto continuando a fare terapia dalla mia psicologa, mettendo in fila tutta una serie di consapevolezze circa il suo modo disfunzionale di essere madre. Di consapevolezza in consapevolezza e di lite in lite, si è arrivati a due sviluppi conseguenti: 1) Lei ha cominciato a vedere profondamente di malocchio la terapia psicologica che sto seguendo correntemente (strano che per le passate e del tutto inutili terapie non abbia mai manifestato tale ostile atteggiamento), tentando a più riprese di sabotarla più o meno esplicitamente. Una volta mi è capitato fra le mani il suo cellulare e di nascosto ho letto qualche messaggio WhatsApp che lei e mia sorella si sono mandate: sembra che in entrambe sia presente una certa diffidenza ed ostilità nei confronti della mia psicologa, accusata praticamente di mettermi contro di loro per il semplice guadagno. Mia sorella ha una quintalata o due di razionalità, buon senso ed apparentemente di freddo equilibrio emotivo in più, e si premura a volte di darle un consiglio. Varie volte mia madre mi ha fatto intendere esplicitamente che secondo lei, andando in terapia, io andrei in realtà a trovare un'amica per un tè e quattro pettegolezzi perfidi, maligni e pieni di calunnie denigratorie sul suo conto e sul conto di chi la riguarda intimamente. 2) Dall'ultima volta che ha manifestato in maniera chiara il suo atteggiamento non sano, ho preso di nuovo le distanze, nette e perentorie, da lei, cominciando a far sì che non potesse più ficcanasare nella mia vita od avere un qualunque rapporto con la persona che frequento al momento corrente - visto che un'altra cosa chiara (e testimoniata dalla sensazione di malessere, disagio e sofferenza che mi investiva in apparenza senza cause scatenanti precise tutte le volte che eravamo insieme noi tre) è che tenta di manipolarla per far sì che mi molli, visto e considerato anche che non vede come secondo i principi della logica umana qualcuno, chiunque egli sia, possa essere innamorato di me e non avere secondi fini (questa idea l'ha manifestata più di una volta nel frattempo, in modo piuttosto schietto e senza neanche notare quanto fosse mortificante).

    Non so come evolverà di preciso la situazione in futuro, anche se penso che la frattura ad oggi sia troppo profonda per poter essere sanata (se non altro secondo la modalità solita, in quattro e quattr'otto).

    Ho sempre visto che, per quanto brutte fossero le mie vicende passate, quando le raccontavo ad altri non arrivava praticamente niente del dolore che mi avevano provocato: non sembrava neanche che se ne accorgessero e che lo capissero.

    In ciò purtroppo per me devo includere anche di chi (dichiara) di volermi sinceramente bene e di essere sensibile con me, la persona che sto attualmente frequentando.

    Considero senza molti sforzi immaginativi di essere illusa anche da lui, che a conti fatti, a parte le belle parole e premure, di fronte a certe cose dimostra di fregarsene del tutto. Per me la comprensione (empatia) è la condizione-base di un amore sincero. Però considero anche l'ipotesi di non riuscire io a trasmettergli del tutto la sofferenza, ma solo la rabbia che pure è derivata da quelle vicende - quindi che in un certo senso la sua scarsa vicinanza emotiva possa essere una mia responsabilità. E poi, d'altra parte, credo che, quale che sia il "mood" che io ispiro nel confidargliele, una cosa molto brutta resta tale oggettivamente, e chi ne sente raccontare non può non vederlo e capirlo (razionalmente almeno).

    Devo pensare che la sua "incomprensione" sia proprio un chiaro segno di disinteresse (assenza di amore)?

    su questo particolare sono del tutto simile a te ti capisco un sacco, anche per me il cibo è una valvola di sfogo, una volta in giro con la mia ragazza ci capitò un imprevisto e ci andò a monte la serata, mi innervosii e mi buttai sul cibo e lei si spaventò della cosa.

    ti capisco benissimo ma dobbiamo assolutamente scardinare questo meccanismo perverso.

    attenendomi solo su questo tuo elemento, lasciando stare per ora il resto, vorrei provare a buttar li qualche idea per cercare di disinnescare questa dinamica, potrebbe essere qualcosa di fruttuoso per entrambi, che ne dici?

    Sì, certo... cosa consigli?

    Ma come è possibile che un centro per disturbi alimentari non prenda in carica una persona che ha appunto un disturbo del comportamento alimentare?mi sembra strano, ti sei rivolta ad un centro regionale?

    A persone obese (anche "gravemente") in genere ci si limita a consigliare la chirurgia bariatrica, che -stando a quanto ne dicono i medici- dovrebbe anche risolvere in qualche modo il dca che ha eventualmente condotto all'obesità, perché dimagrendo inevitabilmente con l'aiuto dell'intervento i pazienti si incoraggiano e cominciano naturalmente ad attuare stili alimentari più sani. Questa cosa io l'ho anche presa in considerazione, ma sono un po' spaventata all'idea di farmi tagliare in 2, quindi tendo a cercare per quanto possibile di dimagrire in maniera naturale, ancora.

    Di centri di cura per dca come il binge che poi portano all'obesità, in Italia almeno, non ce ne sono che io sappia.

    Molte strutture si focalizzano sul problema opposto (anoressia e sottopeso), al limite, come dicevo, su dca come la bulimia. Per disturbi come il binge non c'è nulla di "esclusivo", sul territorio nazionale.

    Alcuni obesi si vanno ad infilare nelle strutture di cura per dca che attenzionano più che il loro dca altri dca come l'anoressia e la bulimia, perché in teoria si può fare anche così... però io non me la sento di farlo, perché mi sentirei pesantemente a disagio a stare in mezzo a un'ampia maggioranza di persone che sono molto più magre di me e che hanno problemi diversi dal mio.

    [Si parla sempre di un rapporto patologico con il cibo, sia in forma restrittiva che di eccesso, tuttavia essere obesi oggi come oggi non è una condizione guardata con molta sensibilità (a differenza di quanto avviene con l'anoressia e anche un po' con la bulimia).

    Si pensa che una persona lo diventi (al di là di tutto) perché pigra e stupida, (per la gente è inconcepibile nuocere così tanto a sé stessi in virtù del vizio del cibo -vizio che viene catalogato come "irrazionale", sintomo di "debolezza", "pigrizia" e "incapacità di controllarsi", e questo vale anche per i c.detti "medici", pure per quelli che si occupano nello specifico di queste problematiche), questo giudizio penso si faccia più aspro da parte di persone che invece del corpo e della necessità di essere magre fanno la motivazione principale della loro vita, con tutte le sofferenze e lo stress che ne derivano... La mia paura di essere discriminata e quindi di subire anche un abuso in questo senso è comprensibile, credo...]

    A mio parere, da ignorante in materia, viene in mente di consigliarti di provare per un attimo ad astrarti dal problema del peso, e sistemare piuttosto il resto. Ti suggerisco cioè di defocalizzarti rispetto al tema dell'aspetto fisico, concentrandoti piuttosto su cosa ti fa soffrire e cosa non funziona nella tua vita. Sistemato questo dovrebbe essere più semplice approcciare anche l'altro problema, che non è che una parte del quadro. Che ne pensi?

    È proprio quello che sto cercando di fare... capendo che il problema del peso eccessivo e del disturbo alimentare correlato viene da altri tipi di problemi più grossi a monte, ho provato ad attaccare quelli, ma anche se riconosco un qualche miglioramento in altri campi, continuo ad avere il cibo come valvola di sfogo... è come se quello scoglio non riuscissi proprio a superarlo.