Posts by FidoDido

    Ho letto il libro di Carr e l'ho trovato molto utile - smisi per almeno due mesi poco tempo dopo la sua lettura. Poi per una serie di cose ho ricominciato. Però trovo che abbia validi argomenti per chi è intenzionato seriamente a smettere di fumare.

    Credo sia una fase, prima o poi torneranno le aperture. Nel frattempo ho curato la mia comfort zone così faticosamente conquistata. È vita? Non è vita? Non mi pongo il dilemma. Penso che la vecchia normalità sia un ricordo e forse mi trovo più a mio agio in un mare di difficoltà 'collettive' piuttosto che in una difficoltà che consideravo più sotto il punto di vista 'individuale'. Non è questione di essere più o meno felici ma più o meno adattati a tempi da capogiro che cambiano nella frazione di un attimo. Forse le vicende individuali, la cura dell'Io, la biografia personale...saranno uno sfondo a movimenti più collettivi e un certo modo di intendere l'Io, il sé, l'umano, come diceva un filosofo francese sempre attuale, scomparirà, o comunque muterà assai nella sua configurazione. Essere spettatori di tutto ciò, oltre che una pena, può essere uno spiraglio di radura.

    Ciao a tutti,


    ero un utente del vecchio forum sotto diverso nick (che tralascio per quello che credo essere un giustificato diritto all'oblio), scrivevo sporadicamente ma capitava che scrivessi. Trovo interessante la trattazione di alcuni argomenti e insomma, eccomi qui.


    Un saluto.

    Difficile farmi un'idea preciso, del caso in particolare e dell'eutanasia per problemi psichici in generale. Ci sono molti argomenti a favore come contro. Una persona che si toglie la vita sa di non avere altra scelta che farlo alla propria maniera, solitaria, dolorosa e straziante. Ma che lo Stato coi suoi timbri possa appoggiare la sua decisione di morte mi lascia ugualmente attonito.
    Esistono situazioni irrimediabili ma...si torna al criterio soggettivo/oggettivo in materia di criticità: chi decide quanto sia irreparabile la mia situazione? Un'etichetta del DSM? Una percentuale?
    E se sono io che non reputo la mia vita abbastanza degna, chi mi dice che la mia prospettiva non possa cambiare?

    Eppure...eppure, sì, non tutte le vicende finiscono bene. "Non per tutti la vita è un dono" diceva Noa Pothoven.

    Una volta, Zhuang Zhou sognò di essere una farfalla. Era una farfalla che volteggiava liberamente, appagata della propria condizione. Non sapeva di essere Zhou. All’improvviso si svegliò e si accorse di essere Zhou, con la sua forma. Non poteva dire se Zhou avesse sognato di essere una farfalla, o se una farfalla stesse sognando di essere Zhou.

    La verità come effetto retorico, asserzioni che si autogiustificano, opinioni, opinioni, voce del più forte, voce di chi ripete più volte la stessa cosa. Ma nello stile, nel proprio stile, si depositano molte asserzioni di verità - sarebbe concepibile vivere nel dubbio più totale, diffidando dei propri ricordi, di se stessi e delle parole?
    Il linguaggio è arbitrario, convenzionale, uno strumento adeguato ad uno scopo, ma a meno che non si pensi di essere sognati da una farfalla, in qualche modo si è ed in questo si annida forse un barlume di qualcosa di vero.

    Tornare a stare meglio nella mia situazione ha davvero nulli appigli col realismo, devo essere riprogrammata ad una sorta di lieve pazzia e bias positivo per vedere quello che non c'è :rolleyes: somiglia ad una conversione religiosa (mi torna in mente quando abbiamo parlato dello psicofarmaco come ostia ;) )

    Penso che le risposte della psichiatria siano un neo-positivismo forse inevitabile, che però s'arresta quando l'ultimo passo, quello della guarigione, o almeno di una guarigione relativa, è ambito di qualcosa di spirituale, perfino magico, velato di mistero ed omissioni. In diverse epoche le domande che ci poniamo sono le medesime: che senso ha tutto questo se poi dobbiamo morire. Cambiano gli sciamani e il loro tipo di risposte. Non mi consola che la morte, sotto molti punti di vista, sia diventato un fatto tecnico, qualcosa da nascondere sotto al tappeto. Quindi cerco sensi anche altrove, anche se non mi definirei credente stricto sensu.

    Per qualcuno la vita sarà pure bella e forse c'è una terribile bellezza in tutto ciò. Gli angeli invidiano la nostra mortalità, l'esperienza della caduta nel tempo, quella del lutto. Cose a loro precluse. Per altri la vita è male e il mal di vivere s'incontra in molte cose. La vita è dolore dice il Buddha.
    C'è forse un mal di vivere esistenziale e letterario ed uno pragmatico, diciamo così, che mi viene da definire con un'espressione letta ieri che mi ha fatto sorridere: la sindrome della vita di m3rda (Shit Syndrome). Non è una stupidata, c'è pure un articolo del Guardian sull'argomento.
    La mia vita è oggettivamente orribile, altri nelle mie condizioni l'avrebbero fatta finita ma - resilienza - speranza di guarigione - mi tengono in bilico.
    Forse è un bias, una deformazione cognitiva, che mi fa percepire tutto in negativo. Quegli occhiali grigi da cui difficilmente ci si libera. Anche perché non resisterei alla visione dei colori, il mio cuore cederebbe, nessuno mi ha abituato a ciò.
    Forse è semplicemente una vita di m3rda, la mia, e chi ne ha una simile mi capirà all'istante.
    E donarle un'attitudine letteraria, filosofeggiarci su, è l'ultima consolazione.

    Il 'mio' ventenne immaginario in effetti è delineato in modo confuso :) Forse spera in un contratto d'apprendistato e sogna l'estero come fuga dalla decadenza e dalle serrande abbassate che vede tutti i giorni, dalla nausea di una politica che non lo coinvolge. Altrimenti si rifugia in paradisi artificiali e non ci pensa.

    Ho trovato l'articolo in difesa del welfare meritorio, una musica alternativa rispetto al TINA (There is no alternative) e il 'there is no society' di thatcheriana memoria.

    Spero anche io che non regga questa visione neo-liberista o di realismo capitalista, come qualcuno l'ha chiamata: trent'anni a parlare di trickle-down economics, di economia a cascata e abbiamo visto gli effetti. Ma appunto è una speranza. Mi pare ancora essere l'ideologia di chi muove i fili e che viene insegnata alle classi dirigenti. Il profitto privato come unica divinità, TINA. In Italia ne vediamo un accenno ogni volta che si taglia un servizio essenziale, altrove può essere un vero e proprio Far West.

    Ero giovane quando si parlava del problema della disoccupazione dei giovani, poi è arrivato il super-tecnico a chiamarci 'generazione perduta'. Non riesco a mettermi nella prospettiva di un ventenne di adesso, anche se lo immagino più consapevole rispetto a vent'anni fa, quando vigeva ancora il connubbio 'studia e troverai lavoro'.

    Tra la delocalizzazione e l'automatizzazione mi sembra che manchino proprio le sedie - che una certa idea di lavoro sia finita. Nella mia città c'era una sede di un'Agenzia interinale minore che non nomino, ma il cui nome è uno spaccato di ideologia dei nostri tempi. Ha chiuso, insieme ad altre.

    Penso al fatto che poi compaiano articoli fintamente allarmati sull'aumento dei disturbi psichici e del consumo degli anti-depressivi. Può reggersi a lungo una società che vuole ognuno imprenditore di se stesso altrimenti sei socialmente morto? Certo che non torneranno i vecchi tempi, ma una società che esalta a questo punto la perfomance è una creatrice di esclusi in serie.
    E a quegli esclusi gli si dice che non si sono impegnati abbastanza, che in fondo è colpa loro - nei peggiori casi che c'è qualche tara nella mente. Insomma, mi sembra il vecchio e sempre attuale adagio protestante per cui la povertà si configura come una colpa.

    Questo un ventenne lo intuisce subito e appena può sfuggire al suo destino già segnato, se può, scappa.