Posts by Juniz

    Quelli come F. ci stanno bene nella caverna e non ne uscirebbero per nessuna ragione al mondo e magari schernirebbero o peggio chi tentasse di svegliarli (vedi il mito della caverna di Platone).

    Nella loro semplicità quelli come F. vivono bene senza porsi mai domande e forse loro si che l'hanno trovato il modo di essere felici.

    A mio modo di vedere, ogni essere con cui condivido lo stesso tipo di sistema nervoso, prova sofferenza come la provo io, questo basta per averne rispetto (secondo me). Cambierà il tipo di sofferenza al massimo. Magari quest'uomo ha sofferto perché sapeva di dover lasciare moglie e figli perché mi sembra di capire da tempo malato.


    Aggiungo: essere lieti, non appesantire situazioni già difficili, vivere in semplicità, non la vedo come una cosa deprecabile. E neanche limitarsi a prendersi cura dei propri cari e disinteressandosi di politica o di temi più "grandi", per così dire.


    Tutta la conoscenza è cenere se poi non amiamo chi abbiamo vicino o ci manca in generale la tendenza ad amare la vita, l'unica luce che illumina menti intellettuali e illitterate allo stesso modo verso il "buon senso". Il mondo a mio avviso si può solo cambiare con questo genere di postura.

    Magari è lo stesso che ha letto migliaia di libri ed ha un lavoro di tutto rispetto, ma poi è una persona che non ha amici, che si nasconde perché la troppa conoscenza è diventata un ostacolo nella quotidianità

    Vik1981 però mi sembra si riferisca più specificatamente al sistema. Puoi fregartene del sistema, non porti domande e vivere una vita con i tuoi affetti, o del tuo lavoro. Anche se molti intellettuali e persone che ricoprono ruoli importanti fanno lo stesso. Non bisogna a mio avviso essere l'uomo semplice che possibilmente non ha gli strumenti culturali, a differenza di questi, per disinteressarsi di ciò che c'è oltre l'uscio di casa propria.


    Le relazioni o la vita quotidiana possono essere influenzate dal sistema appunto perché questo ha cambiato gli equilibri della vita (come una vita basata sui consumi anche a livello esistenziale, oltre he materiale), quindi può essere più difficile relazionarsi, richiede forse più forze ed energie rispetto al passato. Ma in che modo la "troppa conoscenza" può avere come risultato il non avere amici o quella che mi sembra essere una solitudine generale? Questa cosa mi sa più di nichilismo che di conoscenza nel senso di "aver capito molte cose". Si tratta di un punto di vista il cui risultato è una consapevolezza del "nulla. E per me, come tu stesso dici, questa è accorpabile ai complessi, ma i complessi, per definizione, sono un qualcosa di inutile, tranne nella misura in cui servano per essere superati e tornare a un'essenzialità, un'autenticità: quella che mi sembra abbiano i casi di persone "semplici" che hai riportato.

    a me piace qualche volta leggere classici e non dico che "me ne vanto", ma comunque ne vado fiera. Ho sempre sentito dire che nei classici si imparano cose, si impara a pensare, si leggono i sentimenti che poi sono universali.

    E' vero, perché più l'opera è un capolavoro senza tempo, più tale storia, anche se in forma di racconto, parla di temi umani di largo interesse.


    Giak ha parlato de "la conoscenza", ma, bisogna vedere cosa sia la conoscenza, come la intendiamo. A me la filosofia -non che ne abbia studiata molta, ma quel poco- ha insegnato molto come pensare e come osservare, e più in generale a riflettere. Al di là di quelle che poi le singole filosofie sostengono o dei loro punti vista (a mio parere, sempre parziali).


    Conoscere, ma bisogna dunque vedere cosa conosco, o come conosco. Parlando del panorama geopolitico, ad esempio, c'è un' obbiettività di analisi, quello sì; non direi che esistono buoni e cattivi fra parti in guerra, come spesso sentiamo dire. O, non si può negare che la vita, oggi, il suo costo, le sue prospettive sia diversa da quella degli anni 80'.


    Quindi, c'è una conoscenza che potrebbe definirsi l'avere contezza (più o meno) del mondo che ci circonda, senza cadere in posizioni ideologiche, propagandistiche e faziose, insomma, una conoscenza quanto più neutra della realtà. E poi una conoscenza, a mio giudizio più filosofica, o umanistica, che serve a farci da "indirizzo", quindi, a come ci muoveremo in questo mondo di cui abbiamo definito i tratti esteriori.


    La buona conoscenza filosofica (o umanistica, ognuno la chiami come meglio crede), che potrebbe essere anche un etica e una morale, quando è "buona", non allontana dalla vita vera, non fa chiudere nel proprio eremo di convinzioni, perché la vita stessa, se vista in questa prospettiva, è un fiume di esperienze indispensabili, un fiume che non possiamo (pur chiudendoci in casa), esimerci totalmente dal percorrere.


    Tutt'al più, si possono porre resistenze, ma, credo che come tali, prima o poi, saranno sciolte da eventi e nuove domande, per andare verso ulteriori verità da conquistare. Ovviamente, ognuno, secondo il proprio percorso nella misura in cui è giusto per sé.

    Ma una domanda mi tormenta, siamo davvero sicuri di essere nel giusto in questa vita? Abbiamo smesso realmente di capire il mondo quello vero e pratico?

    Penso che ognuno vive la propria realtà, che sia questa fatta di domande e riflessioni che includono politica, filosofia, temi sociali, oppure no, come mi sembra di capire nel caso di quest'uomo.


    Per cui, ritengo persa in partenza la battaglia volta al capire il mondo vero, la realtà vera, o tutto ciò che sia "verità". Siamo, volente o nolente, ognuno di noi limitati nel nostro punto di vista, quale che sia.


    Detto questo: la riflessione non è mai sbagliata, secondo me. Sbagliato invece può essere non fare lo sforzo di calarsi nei panni altrui, di chi è diverso da noi, e di conseguenza ha altri problemi. Basterebbe questo per scendere ciascuno dal proprio piedistallo e aprirsi con umiltà a quello che hai definito "mondo vero e pratico". In tal senso, proprio perché nessuno ha una verità assoluta sulla vita, bisognerebbe rimanere nell'ambito della riflessione e non delle assolute verità (che siano politiche, sociali, relazionali, filosofiche).


    Poi, leggendo anche il Forum, ognuno di noi, trova in alcune posizioni (politiche, sociali, relazionali, filosofiche), le sue "sicurezze" ... Per i singoli queste rappresentano verità raggiunte, qualora mancasse uno stimolo ad andare oltre. Sempre parlando della vita del singolo questo può avere una sua armonia, un suo perché.


    Intendo dire che ciascuno di noi si pone o non si pone le domande in base a molti fattori determinati. E risalendo le cause-effetto di questo determinismo si tratta di dove e come ognuno di noi nasce e con quali "carte" -che non ha scelto- dal mazzo deve giocare la partita della vita.

    Ovvero in certi momenti, esagero per farmi capire, mi sono più sembrati "parti" o prodotti della creatività e della fantasia personale dell'autore.


    Concludendo, ma ovviamente la mia è solo una impressione preliminare e magari inesatta, ho avuto l'impressione di avere a che fare con una disciplina molto "debole", ovvero non molto in grado di mettere in mano allo psicologo degli strumenti operativi particolarmente sperimentati e/o affidabili.

    Se non ho capito male, hai letto dei testi e articoli per "psicoterapeuti" ?


    A mio avviso, per orientarsi senza perdersi nel vastissimo ed estesissimo mondo delle teorie e dei modelli psicologici ad oggi esistenti, sono necessarie (come minimo) tali materie base: psicologia generale, storia della psicologia, psicologia evolutiva, psicodinamica. Questo non perché un profano non possa comprendere, ma per non uscirne più confusi che persuasi.


    I libri per terapeuti in genere offrono modelli teorici che vengono postulati su modelli precedenti, con aggiornamenti, revisioni o fusioni fra teorie differenti. Alcuni modelli di psicoanalisi -per esempio- vengono giudicati privi di fondamento scientifico da altre branche della psicologia, eppure, vi sono stati psicoanalisti che hanno elaborato teorie che oggi sono diventate "la base" nelle teorie della formazione della personalità. Questo per capirci di che ginepraio stiamo parlando.


    Detto ciò: bisogna vedere che materiale hai letto. Se l'orientamento del testo è psicodinamico o meglio ancora psicoanalitico (vi è una lieve differenza tra le due), la sensazione può essere quella di cui parli, ossia di avere di fronte una disciplina molto teorica, basata sull'osservazione di vari casi da cui si deducono dei modelli, e la sensazione che vi sia un'interpretazione non pienamente oggettivabile, o comunque non rigorosamente scientifica. Anche se vi sono orientamenti che si basano su modelli teorici più "scientifici" od evoluzionisti.


    Ti faccio un esempio. Supponiamo il caso delle dipendenze. Ci sono orientamenti che si occupano di cercare la causa nel profondo, orientamenti che, pur condividendo delle teorie con i primi, invece si concentrano più sul meccanismo di piacere e compensazione. Altri che sono una via di mezzo, e così via.


    Inoltre, visto tutto il polverone sollevato negli ultimi post, aggiungo una nota: negli orientamenti "analitici", difficilmente il terapeuta congeda il paziente, l'analisi finisce quando è il paziente ad andarsene, per tanto può durare anche anni, non c'è una vera e propria guarigione, ma un'indipendenza che una volta maturata nel paziente si conclude con il distacco (questo in un'ottica in cui l'operatore è molto onesto). Altri orientamenti, invece, si prefissano l'obiettivo di fornire strumenti per cui il paziente può -quanto prima- camminare da solo, e in linea di principio, dal loro punto di vista, può guarire se lavora su pensieri e comportamenti per un tot tempo e con una certa costanza.


    Dalla mia umile esperienza sia da "studiosa" amatoriale di psicologia, che da paziente di psicoterapia (orientamento cognitivo-comportamentale): nessuna delle prospettiva ha la verità, secondo me. La terapia può essere un "salva vita" in casi che sarebbero finiti con ricoveri e derive molto dolorose (ne conosco alcuni), o come nel mio, può essere un incontro decisivo della vita e dare molti strumenti per un tratto di strada, senza i quali, sarebbe stato forse più difficile, ma tuttavia, per vari motivi, ad un certo punto non riuscire ad andare oltre perché "non si era pronti" a cambiare, o forse, anche per un limite della stessa terapia.


    Questo vuol dire che da allora sono rimasta la stessa? No, affatto. Penso che ciascuno prende quello che può prendere, e dall'altra parte si dà quello che si può dare.


    L'esistenza è una domanda aperta, e aperta rimane per tutta la durata della vita, la soluzione definitiva "di noi stessi", come esseri umani, non esiste.


    Non credo quindi nel concetto assoluto di guarigione, e lo dico da persona che rientra nel DSM volendone osservare i vari "disturbi" fobici, ossessivi e via dicendo; credo, invece, che la vita è questione di trovare sempre nuovi equilibri, scoprirlo da sé ( o con un aiuto professionale) e accettare che sia così; i mezzi (fra cui la psicoterapia), possono trasmettere "gli strumenti" per quella che (anche se nessuno lo dice) è una costante, e dura solo un ciclo di sedute -o anni di analisi-, ossia "la conoscenza di sé", e imparare a farla ovviamente in modo autonomo. Tali strumenti non sono assoluti, ma non per questo inutili. Ritengo che dovrebbe essere naturale abbandonare supporti e "verità" che hanno aiutato per un tratto di strada, qualora se ne scoprano altre, considerato gli esseri in evoluzione quali siamo.


    Quando facevo cognitivo-comportamentale, all'età di 20 anni (la stessa di tua figlia), vedevo il mondo tutto nell'ottica di quei modelli. Mi sembrava così logico, così evidente. Oggi non è più così, ho integrato molte altre consapevolezze (anche perché non ho più 20 anni), ma non per questo, certe parole della mia psicoterapeuta, le trovo superate, o sbagliate, anzi, posso dire, il più delle volte, aveva ragione.

    Ma nella vita esiste il dono della parola, della conversazione, della conoscenza...

    A mio avviso bisogna saper "donare" qualcosa di sé.

    Ma donare vuol dire accettare la possibilità di non avere un tornaconto sicuro, e affrontare il rischio di subire una perdita, rimetterci qualcosa.


    Però il dono, pone le migliori basi per dei sentimenti umani, secondo me.


    Ovviamente non mi riferisco a regalare cene, oggetti, eccetera: ma la propria disponibilità nel senso ampiamente umano. Astenersi dal giudicare in fretta, o dal parlare con quella punta di acrimonia, essere sinceri e accettare che gli altri possono non fare altrettanto, ma non perché cattivi, ma perché questo mondo è difficile, angusto, e ci rende aridi. Questi sono già dei "doni".

    Sono contrario al climatizzatore perché fa rumore e mi provoca la cervicale

    Mi sembra di capire che il tuo problema sia legato al caldo, mentre questo ionizzatore sembra avere diversi benefici sulla pulizia dell'aria, ma costa parecchio.


    In casa mia il primo climatizzatore entrò nel 2000. Da allora in famiglia ne abbiamo avuti diversi, fra cui anche quello portatile: quest'ultimo non lo consiglio. Rumoroso e spara aria fredda praticamente.


    A mio avviso, un climatizzatore di ultima generazione, non è rumoroso, eccetto nella modalità turbo ma parliamo di un rumore simile alla ventola di un computer, quindi, nulla di ché.


    Ti suggerisco di risolvere il problema del caldo alla radice e propendere per un climatizzatore.


    La cervicale è un problema ma nella mia esperienza, a fare male, è soprattutto passare da una stanza climatizzata a quella che non la è. Se si sta con il clima -per esempio- a 26°, a ventole basse, senza esporsi a continui sbalzi, non prende quel mal di testa da "agghiaccio", che capita tipo quando si entra in quei centri commerciali climatizzati a manetta. Personalmente io lo uso così: raffreddo la stanza alla sera, poi lo spengo, apro le porte e vado di ventilatore e dormo con questo acceso tutta la notte che sposta aria fresca. Nel frattempo verso l'una e le due la temperatura esterna scende e il fresco entra da fuori.


    Ma stanotte è stata dura, alle due, il telefono mi segnalava 28°nella zona. Si è stati bene (24° circa) solo verso le cinque del mattino, ora alla quale mi sono addormentata, in sostanza, due ore di sonno. Ero andata a letto presto ma è stata tutta una macarena di: apri porte, chiudi porte e accendi clima (che non mi dava sollievo e non capivo perché) spegnilo, accendi ventilatore, riprova clima abbassando i gradi, eccetera. Alla fine, ho deumidificato a pompa (quello era il problema, avrei dovuto farlo dall'inizio) e ho respirato finalmente.


    Purtroppo, anche l'anno scorso, il calvario è cominciato appunto a metà Luglio ed è durato sino alla fine di Agosto. Quelle giornate a 40°, ma secche e dove a sera c'è il crollo... si possono ancora accollare, ma queste umide con 30° dopo al tramonto no.

    Penso che la società odierna abbia semplicemente spostato il velo su questi fattori da sempre esistiti: l'egoismo impera nel cuore dell'uomo (in quello di ciascuno di noi), l'amore, è una delle grandi domande aperte dell'esistenza, il dubbio se questo esista, non è facile a dirimersi. Almeno per molti.


    Un tempo si era soli ma in coppia, oggi si è soli in tutti i sensi. Forse è peggio. Questo guardando oltre il corteggiamento, perché, non è che io nutra tutta questa fiducia nel fatto che la relazione funzioni anche se si hanno tante qualità umane.


    Di recente una persona che conosco e a me molto cara, a seguito di 12 anni di convivenza, una delle pochissime relazioni che credevo essere bilanciate ho saputo si sono lasciati... mi sono crollate le ultime certezze.

    Devo dire che questa mia reazione mi dà un po' fastidio, vorrei riuscire ad essere più fredda in queste circostanze

    Esulo un attimo dal discorso specifico sui funerali.


    Dalla mia esperienza, ho notato che le emozioni intense (la commozione -per me- rientra fra queste), causano più o meno in tutti reazioni contraddittorie con l'emozione provata.


    La risposta che mi sono data è che (a volte) una parte di noi non riesce a sostenere l'altra mentre è in espressione, nel timore che questa assuma tutto il controllo. Paradossalmente, la necessità di mettere un distacco con sé stessi, può verificarsi (almeno, a me è successo) anche con emozioni di benessere. Come se la "coppa" che siamo, fosse troppo piccola per tenere un'emozione troppo grande. La caratteristica delle emozioni quindi mi sembra sia quella di lasciare puntualmente perplessa la nostra mente. Non saprei perché, probabilmente in quanto le prime cambiano molto anche nel corso di una singola giornata, mentre la seconda, cerca di mantenere una centralità, una coerenza lineare.


    Il bisogno di freddezza mi rimanda a una parte "adulta", che (forse) giudica quella che si commuove come bambina. Non bambina in senso letterale e nemmeno oggettivo, ovviamente. Però si sa, ognuno di noi non è mai "uno solo", ma più voci, cioè più espressioni della singola persona.