Fine di una relazione clandestina con una persona affetta da disturbo borderline

  • Mi piacerebbe ricevere la vostra opinione su una circostanza che mi sta recando non pochi disagi. Credo di essere al limite.

    Una premessa necessaria. Ormai da qualche anno, ho deciso di non intrattenermi in relazioni serie. Non mi sono mai sentito confortevole in una dinamica sentimentale duratura, e - dopo aver causato sofferenze evitabili alla mia ultima ragazza, persona adorabile ma che semplicemente non riuscivo ad amare - ho convenuto fosse preferibile evitare di "impegnarmi" quantomeno fino al raggiungimento della maturità emotiva necessaria. La mia stessa vita lavorativa - sono dottorando di ricerca - non mi consente troppo tempo libero né soprattutto una dimora fissa, dato che vengo sballottato da una parte all’altra dell’Europa. Ho accettato di buon grado tale inclinazione esistenziale curando altre porzioni della mia vita - lavoro in primis - e limitandomi alle one-night stands per soddisfare i meri appetiti corporali.


    Da ottobre 2021 a luglio 2022 ho vissuto a Parigi per approfondire il mio progetto di ricerca, e qualcosa è cambiato. Ho cominciato a percepire un sentimento di solitudine anomalo, che si manifestava soprattutto nell'impossibilità di condividere con qualcuno di vicino le mie passioni e gli aspetti più intimi della propria vita. Passeggiavo per Parigi e guardavo le coppie con una certa apprensione. Per combattere questa ferita del tutto inedita, ho usufruito di varie app di incontri, con il risultato di uscire in media con due ragazze diverse a settimana - pare che le francesi adorino gli italiani, se può interessarvi. Credevo di stare bene, ma non era così: il sentimento di solitudine è accresciuto. Non mi riconoscevo più: ero io ad aver preso quella decisione, ero io ad aver lasciato la mia ultima ragazza - e quella prima, e quella prima ancora - perché infastidito dalla vita di coppia, ero io ad aver rifiutato dall'ultima relazione numerose "sistemazioni" più che adeguate, congeniali, preferendo la vita dello scapolo. Parigi, e soprattutto lo stress lavorativo che ha comportato e l'avvicinarsi dei 30 - ho 27 anni - ha rivoluzionato tutto. A volte sentivo l’esigenza di una compagnia e non di un rapporto sessuale, di una persona con la quale parlare della propria giornata, sfogarsi e ridere di sciocchezze che solo una coppia può comprendere.


    Ho soffocato quella vocina fin quando ho potuto, cioè fino agli ultimi giorni dello scorso luglio, quando ho partecipato ad un convegno in Georgia e ho conosciuto... una Persona. Questa Persona è mia collega di dottorato - stessa Università - e studia la mia stessa disciplina – in Italia siamo in pochi a farlo - ma non l’avevo mai vista di presenza prima di allora dato il mio trasferimento a Parigi simultaneo alla sua entrata nel corso di dottorato. Già dal primo incontro, quando prendiamo l’aereo insieme, scatta qualcosa, e ce ne rendiamo conto a vicenda pur non ammettendolo espressamente. Durante i giorni del convegno ci conosciamo meglio, e ci accorgiamo delle nostre affinità. Io, soprattutto, vedo in lei una compagna di sofferenze: scorgo nei suoi occhi lo stesso dolore, la stessa lotta alla depressione, che ho sempre celato nei miei. Lei mi rivela subito di soffrire di disturbo borderline, di essere in terapia e... di essere fidanzata, da quasi due anni. Il suo ragazzo vive a sua volta a Parigi, perciò non possono vedersi spesso, ma mi assicura che il loro sentimento è forte e che lo ama intensamente. Pur affermando questo, durante quei giorni in Georgia accade qualcosa, non di natura sessuale ma egualmente compromettente. Non esagero quando dico che mi sentivo di vivere in un romanzo rosa, o in un film di Hollywood per adolescenti. Non mi ritenevo capace di provare un sentimento così forte. In più di un’occasione sta per scappare il bacio, ma riusciamo sempre a frenarci all’ultimo secondo possibile. Durante il viaggio di ritorno, in aereo ci sediamo vicini pur non essendo i nostri posti, e ascoltiamo musica dividendoci le mie cuffie. Scopriamo di amare alla follia la stessa canzone - Fireflies degli Owl City - e la ascoltiamo in loop per una buona metà del viaggio, prima che, grazie alla sua estrema sbadataggine, non perde la cuffia senza più ritrovarla. Mortificata, insiste nel comprarmi un paio di cuffie nuove non appena tornati in Italia, pur avendo entrambi di lì a un’ora i treni per tornare alle rispettive regioni di origine. Riusciamo a ribeccarci davvero per miracolo, e mi consegna le cuffie dicendomi "Le ho incantate: finché le avrai con te, sarai costretto a pensarmi e a non dimenticarmi". Sapevamo entrambi che ciò che era successo non si sarebbe ripetuto, che si sarebbe rivelata una parentesi delle nostre vite - per quanto piacevole. Il giorno dopo le mando una sorta di "messaggio d’addio", in cui dichiaro - mooolto tra le righe - i miei sentimenti, deciso però a chiudere la situazione al di fuori di un rapporto di amicizia e di colleganza; non voglio una relazione clandestina. Lei fa lo stesso. Soffro, ma va bene così. Ciononostante, nel giro di qualche giorno pubblica su instagram una nostra foto - io sono tagliato, ma il mio braccio è ben visibile - scrivendo "Fireflies" come descrizione. Neanche il tempo di chiedermi a che gioco stesse giocando, che mi contatta. Da lì, parliamo tutto il mese di agosto costantemente, conoscendoci del tutto, rivelandoci i nostri più reconditi segreti. Mi scrive messaggi di una bellezza inaudita, descrivendomi porzioni della mia persona che nessuno aveva mai notato, me compreso. Se esiste davvero la magia, funziona grazie alle parole, e lei è una maga più esperta di Albus Silente. Lei scrive da Dio - fidatevi, diventerà qualcuno, un'autrice importante.


    Scopriamo di avere vissuto una vita molto simile, di soffrire di fobie e disturbi simili, di amare e odiare le stesse cose. Improvvisamente, mi sembra di averla sempre conosciuta: era lei quella persona alla quale parlavo nella mia testa, in quelle giornate solitarie a Parigi. Ci innamoriamo. Lei sostiene di essere poliamorosa, di amare entrambi. Verso fine agosto va col ragazzo in Grecia, e le cose non vanno bene: pensa di lasciarlo, non sente più lo stesso sentimento dopo avermi conosciuto. Ma non lo fa. Lo ama ancora, dice. A settembre torniamo a vivere nella stessa città dato che il mio periodo a Parigi è finito, e Fato vuole che diventiamo vicini di casa. Da lì, non ci separiamo più. Arriviamo a convivere per qualche settimana, finché i suoi sensi di colpa non diventano troppo forti e le bugie al fidanzato troppo traballanti.


    Avrei tante cose da dire su quei mesi, ma mi rendo conto di star scrivendo già un po’ troppo. Sintetizzo con: giorni meravigliosi, giorni di magia, di amore, di riscoperta di emozioni che avevo seppellito. Ovviamente, tutto in clandestinità. Il primo mese, settembre, scorre come una favola d'altri tempi; non riuscivo più a distinguere il sogno dalla veglia. All'università ci considerano tutti una coppia de facto, e per certi versi lo siamo. Non c'era nulla che ci mancasse, tranne l'ufficialità e il fatto che ogni due-tre settimane circa lei dovesse tornare a Parigi dal fidanzato per qualche giorno. Soprattutto, mi sentivo realizzato nell'aiutarla con i suoi disturbi dell'umore. Volevo dimostrarle che il mondo non è così brutto come crede, volevo combattere fianco a fianco la nostra depressione. Ogni giorno era dilaniata da una nuova forma di sofferenza: lunedì si considerava una fallita a lavoro, martedì non riusciva a guardarsi allo specchio perché brutta, mercoledì diceva di essere una pessima amica e fidanzata e che faceva marcire chi le stava intorno, e così via.


    Ogni giorno, tentavo con tutte le mie forze di farla stare meglio, e mi piaceva. Mi piaceva, piaceva a me, individuo allergico all’eccessiva vicinanza emotiva, fidanzato che è capace pure di non risponderti per intere giornate se ha da fare. Ma questo degenerò in una forte dipendenza affettiva, da ambo le parti. Mi ripeteva in più occasioni che "Se non ci fossi tu, a volte non mi alzerei nemmeno dal letto. Aspetterei che sia tu a prendermi in braccio". Era sbagliato. Avevamo entrambi perso le nostre abitudini, la nostra routine esistenziale, colpiti da qualcosa che ci è sfuggito dalle mani. Siamo entrambi persone a cui piace stare da soli, articolare autonomamente il proprio tempo e spazio; eppure, eppure ci avessi conosciuto in quei mesi saremmo sembrati l'opposto. Ci vedevamo ogni giorno, anche dopo la fine della convivenza. Ricordo che ogni mattina mi alzavo con la speranza di vederla; contemporaneamente, quelle rare volte in cui ciò non accadeva mi sentivo sollevato, leggero, LIBERO. Cogli amici non facevo altro che parlare di lei, e so che lei faceva lo stesso. La cosa ci sfugge di mano, insomma; il sentimento era troppo forte, e finisce per divorarci. Su di lei i sintomi di questo veleno sono più visibili: non riesce più a lavorare bene, soffre di sleeping paralysis e passa intere giornate a letto, mangia solo biscotti e merendine saltando i pasti principali - durante la sua vita aveva subìto varie volte fasi di bulimia e anoressia, ma sperava di averle risolte con la terapia. Soffre, soffre perché non vuole più tradire il ragazzo, eppure non riesce nemmeno a staccarsi da me. Il suo disturbo peggiora, e con esso la sua depressione.


    Neanch'io me la passo bene. Già da inizio ottobre, comincio a sentire l'urgenza di definire ciò che stava accadendo tra noi. Volevo un ruolo nella sua vita, volevo stabilità. Dopo anni di precariato sentimentale, di "una-botta-e-via", volevo una relazione seria, proprio io che avevo deciso di smettere. Le chiedevo spesso cosa fossi, se fidanzato o amante, e lei rispondeva che non ero nessuno dei due perché la nostra storia "era magica, senza forma, inspiegabile". Divento nervoso. Più volte proviamo ad allontanarci, più volte le propongo di allentare i rapporti - quantomeno fino ad un eventuale fine della sua relazione col ragazzo. Ma lei - e qui ci tengo a precisarlo - LEI dopo massimo un giorno torna a scrivermi e a chiedermi di vederci, per non parlare di quando spunta direttamente sotto casa con i miei piatti preferiti. Io sto sempre peggio, sento crescere dentro di me un mostro pericoloso. Mi sento sul punto di cadere da un grattacielo, voglio un appiglio sicuro. Voglio o un "Sì" o un "No", un "Ok, adesso lascio il mio ragazzo e mi metto ufficialmente con te" o un "No, è stato bello ma finisce qui perché amo lui e non voglio lasciarlo". Invece no, era dilaniata dall'indecisione. Un giorno sembrava più propensa verso di me, il giorno dopo verso di lui. Un giorno decantava le qualità del suo ragazzo, il giorno dopo piangeva perché l'ultima volta che si erano visti mentre erano insieme pensava a me. Scrive persino dei racconti su questa situazione: un Lupo - io sono alto, moro, palestrato e abbastanza deciso a letto - e una Volpe - lui è rosso, basso, mingherlino, astuto ma spesso impacciato - si contendono la stessa preda, uno scoiattolo, ma alla fine vince sempre il Lupo. Mi accorgo di impazzire, di perdere una porzione di ragione ogni giorno che passa - compresi altri guai che mi stavano capitando nel mentre, soprattutto lavorativi dato che mi sto per addottorare e il futuro per il post-doc non è roseo.


    Verso fine ottobre, lei parte ancora una volta per Parigi per stare col ragazzo, ma qualcosa va in modo diverso rispetto alle altre volte. Mi chiede di accompagnarla alla stazione. Davanti ai distributori di biglietti per il treno che l'avrebbe portata all'aeroporto, si volta verso di me con l'espressione più sofferente che le avessi mai visto e mi chiede "Ma secondo te dovrei andare a vederlo? Non sto facendo una c∙∙∙∙∙a?". Le rispondo che sono l'ultima persona a cui chiedere, e lei trattiene le lacrime. Lei è spezzata, si vede che non riesce più a reggere questo bipolarismo sentimentale. Qualche giorno dopo mi chiama - lui era fuori a fare la spesa: mi racconta che non fanno altro che litigare furiosamente a causa della loro incompatibilità caratteriale divenuta ormai incisiva, mi vomita addosso tutti i suoi difetti. Non lo aveva mai fatto. Torna, e mi rivela che si stanno per lasciare, che aspettano qualche altro giorno per calmare le acque prima di chiamarsi e di interrompere in modo maturo la loro relazione. L’atmosfera tra noi due diventa frizzante: sentiamo che c’è qualcosa nell’aria, qualcosa che sta per avvenire. Sappiamo entrambi che stiamo per fidanzarci ufficialmente senza più nasconderci, ma non lo esplicitiamo perché, parole sue: "le cose belle non si dicono a voce alta, altrimenti non si avverano". Mi sento felice, dopo tanti anni. 31 ottobre, Halloween: viene da me per una serata film horror. Quando sto per riaccompagnarla a casa, le chiedo come va col suo ragazzo, se hanno parlato, e lei mi risponde con volto inespressivo "No, abbiamo deciso di rimandare la discussione a fine dicembre, quando lui verrà qui per le settimane delle vacanze per provare una convivenza e vedere se funziona". Crollo. Non capisco più nulla. La prospettiva di passare altri due mesi in quel limbo mi devasta, mi mette paura. Mi sento chiuso in gabbia. Non voglio, non voglio rimanere prigioniero di questa indecisione. Pensavo che la situazione si stesse finalmente per risolvere. La rabbia mi sottomette, e la minaccio: "O mandi tu un messaggio al tuo ragazzo raccontandogli tutta la verità, o lo faccio io". Litighiamo per tutta la notte (poveri vicini) lei minaccia il suicidio più volte e arriva anche ad alzarmi le mani addosso. Io insisto che deve parlargli perché ho raggiunto la capienza massima della sofferenza e della pazienza che potevo sopportare, lei insiste che lo ama e che non vuole perderlo. Le chiedo se ho mai davvero avuto una speranza di stare con lei, e lei mi risponde "Non ora, non finché amo lui". Vuole aspettare ancora, vuole provare quest'ultima opzione della convivenza durante le vacanze per capire se c'è modo di restaurare la loro relazione. Ma non vuole lasciare andare me. Io continuo a minacciarla, scrivo addirittura la bozza del messaggio da inviargli. Lei impazzisce del tutto: è incontrollabile, non fa altro che piangere, urlare, dire di volersi suicidare, non riesce più ad articolare le parole, mi tira pugni addosso, prende oggetti contundenti e cerca di ferirsi. Ho paura, non riesco a calmarla. La porto dalla sua migliore amica, e non mi faccio sentire. L'amica mi convince a non mandare il messaggio, riesce a calmarmi, mi assicura di prendersi cura di lei - lei è sul suo letto singhiozzante, le guance ferite dai propri stessi graffi, a urlare di voler morire. Il giorno dopo l’amica mi dice che ha finalmente parlato col ragazzo - sia perché convinta, sia per paura che lo facessi prima io - e che è stata lasciata. Non ho provato alcuna gioia nel sentirlo, ve lo assicuro. Dopo circa una settimana mi contatta dicendomi di aver raccolto tutte le mie cose in un pacco e di passare a prenderle, altrimenti me le avrebbe spedite. Le dico di non poter passare proprio quel giorno, e approfitto per chiamarla e per chiederle come sta, per parlare, per risolvere. Sua reazione: mi blocca ovunque, su tutti i social, su tutte le app di messaggistica, mi blocca le chiamate, mi cancella dalla sua vita.


    Da allora sto male, sto male perché - al di là dell’ovvia mancanza nella mia vita di una persona che era diventata molto importante - sento la necessità di chiudere in maniera sana la questione, con un dialogo pacifico in cui entrambi espongono le proprie prospettive. Ma lei non me lo permette. Ha detto ai nostri amici in comune che ha paura di me, che sono un mostro per averla minacciata con quel messaggio, che pretende che io non sia mai esistito. Non vuole essere contattata, in alcun modo. Ho provato a inviarle un'email, ma non ho ricevuto risposta - e sono venuto a sapere da un amico in comune che ha reagito male. Negli ultimi due mesi ho avuto paura di andare all’università, luogo che era ormai la mia seconda casa, per paura di incontrarla. Una volta è successo: mi sono avvicinato per salutarla, lei è sbiancata ed è quasi svenuta prima di essere "portata via" da un collega. Capiterà di incontrarla nuovamente, di dover lavorare insieme anche a stretto contatto, di partecipare ad altri convegni. Per ora ci siamo evitati: sappiamo quando uno dei due va all'università, e facciamo in modo di non esserci. Vorrei solo non ci fosse quest’atmosfera tossica. Ho perso da tempo le speranze di ristabilire un legame, ma vorrei quantomeno un rapporto cordiale. Ho provato a contattarla, e la sua reazione è stata pessima.


    Ditemi voi: cosa dovrei fare? Pretendo troppo? Non voglio ferirla, so che se ha percorso questa strada è perché il contatto con me le fa male. Ma davvero ci dev’essere un obbligatorio aut aut? Il suo benessere deve causare la mia sofferenza, e viceversa? Non ci può essere un compromesso? Sbaglio nello scorgere in questo suo atteggiamento anche una fuga immatura dalle responsabilità? Per favore, voglio che mi diciate dove ho sbagliato - al di là dell'ovvio errore della minaccia del messaggio - anche usando toni ruvidi se lo ritenete necessario. Da quando se n'è andata la mia solitudine è divenuta insopportabile. Vorrei tanto un parere esterno.

  • Qubit

    Approved the thread.
  • Ho letto tutto, ma ci ho messo un po' a comprendere (e non so se ho compreso giusto).

    Una ragazza decisamente complicata, indecisa, complessata... (e forse è questo che ti attirava di lei (o della situazione)). Penso però che sia stata la tua "fortuna" che sia finita...in malomodo ok, ma non sempre le cose finiscono bene!


    Da quel che racconti, sei sempre stato abituato ad avere le donne "ai tuoi piedi"...non è che ti sei "impuntato" su questa proprio perché non era disponibile? Lascia perdere, non sempre c'è una spiegazione a tutto, continua la tua vita, sei giovane, ne incontrerai un'altra che ti farà provare la "voglia di casa".

  • Forse hai centrato il punto, o quantomeno è la spiegazione che mi sono dato: da lei ero attratto soprattutto in virtù dei suoi problemi. Mi spiego meglio, perché non vorrei che il tutto si riducesse ad una semplice “sindrome da crocerossino”. Solitamente sono io quello “complessato” della coppia. Tutte le mie relazioni sono finite perché, ad un certo punto, sbroccavo e non riuscivo più a mantenere una stabilità emotiva. Con lei i parametri sono cambiati del tutto, perché i suoi disturbi sono più gravi dei miei, e in qualche modo mi sono sentito “responsabilizzato”. È stata lei sin da subito - con la mia piena accettazione, è chiaro - a eleggermi in qualità della tipica "spalla su cui piangere", del tipico "pilastro che mi sostiene". Le nostre conversazioni, specie negli ultimi tempi, erano davvero state colonizzate dal suo disturbo, dai vari "Quanto mi sento brutta oggi", "Sono ingrassata e non entro nei vestiti", "Non riesco a studiare", "Rubo soldi allo stato, dovrebbero buttarmi fuori dal dottorato e darlo a chi se lo merita", "Sono stupida e non capisco le cose, non finirò mai le ricerche", e così via. Si parlava principalmente di questo.


    Come ho detto, spesso non riusciva a fare le cose da sola, a vivere senza la mia compagnia costante. Se doveva andare ad un incontro relativo al suo specifico ambito di ricerca, insisteva che la dovessi accompagnare io; se un* amic* l’aveva invitata fuori a bere o al cinema, allora l’invito era automaticamente esteso anche a me; non mangiava se non le consigliavo prima io cosa mangiare, non studiava se non le consigliavo prima io cosa studiare, non inviava i lavori senza la mia previa approvazione. Contava su di me per tutto, dovevo imboccarle i respiri. Avevo paura di questa dipendenza, era andata troppo oltre: volevo aiutarla, non accudirla. Ciò era dovuto anche al carattere del suo ragazzo: un tipo molto freddo, al limite dell’apatia, e infastidito dalla debolezza altrui. Si erano già lasciati una volta, per poche settimane, perché lui non riusciva più a sopportare i suoi disturbi, il suo continuo malumore, le sue continue autosvalutazioni, le sue continue paturnie, etc. Voleva una ragazza "forte", aveva detto. Poi lei ha accettato di curarsi e di entrare in terapia, e lui le ha concesso il recupero della relazione. Da allora, a quanto mi ha detto, non si è più sfogata con lui, e anche per questo le cose non funzionavano più tanto bene: semplicemente, per molti versi era un rapporto artificiale dato che non c’erano comunicazioni intime, e che lei doveva trattenersi dal confessargli aspetti essenziali della sua giornata quotidiana - tutto il comparto emotivo, sostanzialmente. In me ha trovato dunque una "valvola di sfogo", e forse è anche per questo che la nostra relazione si è sviluppata così repentinamente: aveva bisogno di una figura vicina con la quale aprirsi senza paura.


    Io ho apprezzato tutto questo perché aiutare lei mi faceva sentire una persona "forte": dovevo mettere da parte i miei problemi per aiutarla nei suoi. Finalmente non ero io quello "strano" della coppia, quello tendente alla depressione, quello che vede problemi ovunque. Mi sentivo sano, davanti alla sua insanità. So che è sbagliato, sbagliatissimo anzi. Non so però se sia definibile come sindrome da crocerossino, perché a me la cosa sembra più complicata; diciamo più una forma di compensazione.


    Per quanto riguarda invece l’attrazione dovuta alla situazione di "eccezionalità"... no, di questo sono certo, non ero attratto da lei perché occupata. Sin da subito ho voluto mettere le cose in chiaro con lei, a partire da quel messaggio d’addio alla fine del convegno: finché sei fidanzata, non si fa nulla. Sono stato tradito tanti anni fa, e non mi sono mai ripreso del tutto; non avrei mai pensato di essere a mia volta causa di tradimento. Soprattutto, la componente "extraconiugale" del nostro rapporto era davvero minima. Lui viveva in un’altra città, e - anche per declinazione caratteriale - non si sentivano mai per messaggio se non con pochi scambi la sera. Era un’assenza, mai una presenza. Nel pratico, stava con me e non con lui; mancava solo la definizione "sociale" di fidanzati. Non ho mai avvertito l’eccitazione del tradimento.


    Ti ringrazio in generale per la risposta. Ciò di cui sento di aver bisogno ora è proprio un parere esterno: su di me, su di lei, su di noi.

  • Prego, figurati!! Ho solo espresso un parere su quanto ho letto.


    Decisamente un amore "tossico", il suo per te!!! Molto probabilmente... ci sei tu, un ragazzo brillante, decisamente in gamba, premuroso...le cose comuni, gli studi comuni, le passioni comuni...e lei, estremamente insicura su se stessa, sul mondo in generale, una ragazza sempre alla ricerca di conferme, sulla sua persona, sul suo quotidiano...e tu queste conferme gliele sapevi dare, con il tuo essere e con la tua presenza. E poi c'è quell'altro, assente fisicamente, ma in qualche modo presente nella sua testa, nel suo cuore...


    È uno "stato" molto diffuso, lo so, ma mi chiedo come sia possibile che ragazze/donne come lei, sicuramente con una bella testa, affermate nello studio/lavoro si ritrovino a dover fare i conti con questa chiara bassa autostima e riporre quindi tutta la loro vita (perché un po' di questo si tratta) su chi le sta accanto....


    Se posso sbilanciarmi, cosí... su quanto da te esposto, penso che tu non abbia sbagliato nulla, certo la "minaccia" di quel messaggio è stato un gesto forte, ma allo stesso tempo penso che certe persone, ad un certo punto, bisogna metterle nella circostanza di prendere una decisione....

  • Ti ringrazio per i complimenti, in questo periodo fanno più che bene! Ritengo che anche il mio sentimento nei suoi riguardi fosse tossico. Davvero, non avevo nient'altro che lei in testa, dalla mattina alla sera. Era una droga, sentivo la necessità di parlare con lei costantemente, come di leggere un libro da cui non ti staccheresti mai. A volte mi sembrava di essere preda di un vortice di parole, ed era lei a dirigerle dall'alto con la bacchetta magica, à la Topolino in Fantasia, per intenderci. Anche adesso, non nascondo che il pensiero inciampa spesso su di lei in modo ossessivo, pur non in termini strettamente sentimentali. Non mi era MAI successo. Parlando con vari amici dottorandi in Psicologia sono venuto a sapere che le persone borderline causano spesso questi sentimenti in chi entra a contatto con loro, ovviamente in modo del tutto inconscio e senza malizia.


    Lei è la persona più intelligente che conosca, e non esagero. Ma non se ne rende conto. Volevo starle vicino anche per aprirle la mente e farglielo capire una volta per tutte. Purtroppo ha avuto una vita difficile, sempre all'ombra dei fratelli maschi, la piccola di casa con la strana passione per la lettura e le materie umanistiche. Anche fisicamente ha molti problemi: è nata molto prematuramente da un parto gemellare, e come se non bastasse ha rischiato di nascere sottosviluppata perché il fratello assimilava tutto al posto suo; difatti è "alta" 1,53 e pesa sui 40kg, un vero scricchiolo che vola alla prima folata di vento. Ha sempre subito atti di bullismo per questo - e per il naso molto pronunciato, e per il fatto di essere molto distante dal prototipo di ragazza "standard" - vestiario casual, poco trucco, passione per la lettura piuttosto che per la movida, etc.; a scuola la chiamavano "la strega nana". Io al contrario adoravo proprio questo di lei, questa sua "devianza" rispetto alla normalità.


    La minaccia mi perseguita. A volte sogno di andare da lei e gettarmi ai suoi piedi in lacrime, chiedendole scusa. Mi sembra di averla violentata con quella bozza di messaggio che non ho mai inviato. So di avere ragione, che la situazione richiedeva una decisione definitiva, ma le forme attraverso le quali ottenerla erano molteplici e di certo non concernevano minacce più o meno attuabili.


    Non voglio tornare con lei. So che ci faremmo solo del male a vicenda. Di conseguenza, non vorrei nemmeno essere amici: cadremmo di nuovo nel vortice. Tutto ciò che vorrei è un ultimo dialogo in cui chiudiamo la questione in modo pacifico, e stabiliamo un regime di non-belligeranza grazie al quale, in caso di contatti lavorativi o di meri incontri per i corridoi o dovechessia, non si debba chiamare l'ambulanza per un suo svenimento né ci si debba avvelenare a causa dell'atmosfera a dir poco tossica instauratasi. Ma so che si tratta di un capriccio mio purtroppo chimerico. Oltretutto, mi sento anche sporco nel desiderare così ardentemente una cosa del genere, perché so di andare contro la sua volontà, so che la costringerei a fare qualcosa che non vuole fare. E' difficile.

  • E' difficile sì! Tutto è difficile! Non penso che il tuo fosse un amore tossico. Fino ad allora hai vissuto una vita diciamo "leggera", basata essenzialmente su storie di letto, ma perché non cercavi altro, non volevi altro, o meglio non hai incontrato nessuna che ti facesse desiderare altro. Poi è arrivata lei, che ti piaceva in tutto...è normale che tu non facessi altro che pensarla!!!


    E' così che deve essere...desiderare e pensare con passione e ardentemente la propria donna dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina. I primi tempi poi, in special modo!!! Ed è normale che tu tuttora continui a farlo, pur essendo comunque una persona razionale e cosciente di quella che è la situazione. È normale che vedendola "indifesa" sotto certi aspetti, tu desiderassi "aiutarla". Non vedo in questo un voler essere crocerossino.


    Comprendo il tuo desiderio di voler avere un incontro pacifico, ma ora come ora lei non lo vuole. Lascia stare, lascia passare un pò di tempo, vedrai che ci sarà occasione di rincontrarsi ed avere un confronto.

  • Ti ringrazio nuovamente per la risposta.
    Purtroppo, come prevedevo, la situazione diventa sempre più complicata.
    L'altroieri mi sono addottorato. Ci siamo incrociati più volte nei corridoi e non si è mai fermata a salutarmi o a congratularsi, preferendo passarmi oltre con lo sguardo abbassato seppur a pochi centimetri di distanza. Inutile dirvi - uso la seconda persona plurale, nel caso ci sia qualche altro povero sventurato che legge le mie disavventure - quanto ci sia rimasto male: mi sono riscoperto debole come mai avrei pensato, e bisognoso di questo suo gesto. Durante il pomeriggio abbiamo partecipato allo stesso seminario, nella stessa aula poco spaziosa, e anche in quel caso è riuscita ad evitarmi. Alla fine del seminario, tuttavia, ci siamo ritrovati pressocché appiccicati, e si è instaurato un silenzio imbarazzante interrotto solo dal mio dolore ormai incapace di conservarsi entro i perimetri stabiliti. Dopo una decina di secondi, le dico - con un tono di voce normalissimo: "Però degli auguri sarebbero stati graditi, ci tenevo". Lei mi guarda per la prima volta della giornata, si esibisce in un sorriso malinconico - quasi deluso - e risponde: "Te li avrei anche fatti, ma siccome tu continui a PRETENDERE, non te li faccio". Se ne va sbattendo la porta alle spalle. Poco dopo la incrocio nuovamente sulla metro - ricordo, siamo vicini di casa - e sta piangendo, consolata da una sua collega.

    Mi sto mangiando le mani, dilaniato dal dubbio: mi avrebbe davvero fatto gli auguri, se non avessi sbottato in quella frase antipatica e passivo-aggressiva? Razionalmente, direi di no: aveva avuto numerose altre occasioni durante la giornata. Ciononostante, stiamo comunque parlando di una ragazza instabile, allergica alla ragione: magari stava davvero raccogliendo le "energie" per farlo, magari mi avrebbe mandato un'email a fine giornata temendo il confronto visivo. Non lo so, sono arrabbiato con me stesso per essere stato irruento. Lo sono stato, secondo voi? Gli amici mi hanno giustificato: era stata una giornata parecchio stressante, e sono comunque un essere umano coi propri sentimenti e le proprie debolezze. Nella fattispecie, un amico dottorando in psicologia mi ha avvertito che i soggetti borderline tendono a "rigirare la frittata" con molta facilità, agendo in modo tale da far commettere un passo falso all'altro così da avere ragione. In questo caso, lei non mi avrebbe mai fatto gli auguri e aspettava per l'appunto un mio errore causato dal dolore e dallo sfogo. Ditemi voi.

    Inoltre, come se non bastasse, altro problema all'orizzonte. Un amico in comune mi ha invitato questo sabato ad un evento organizzato da un collettivo di scrittura creativa di cui fa parte - realtà che io amo, a dir poco. Purtroppo c'è anche lei. Cosa devo fare? Non voglio privarmi di una felicità a causa sua. Fosse per me, andrei e la ignorerei. Ciononostante, come ha fatto notare l'amico, il problema si porrebbe comunque: non sappiamo come reagirebbe alla mia presenza, e probabilmente la vedrebbe come un'"invasione di campo" - va detto, per correttezza argomentativa, che questo collettivo di scrittura è composto da amici SUOI che mi ha presentato e che col tempo sono diventati ANCHE miei. Di nuovo: cosa devo fare? Devo sacrificarmi? Lo ammetto: sto cominciando ad avvertire un sentimento di rabbia e fastidio nei suoi confronti, e non ne sono contento.

  • Ho letto il tuo racconto, che trovo anche ben scritto. A mio parere siete entrambi ancora molto coinvolti, non credo proprio che lei ti avrebbe fatto gli auguri, ma se ho capito bene lei ora è single, ha lasciato l'altro, e tu pure. Ma provare a stare insieme in via ufficiale?

  • Sicuro che vuoi solo un confronto con lei per chiudere pacificamente? A me pare che tu voglia cercare di riottenere la sua fiducia e riconquistarla (ed è lecito).

    Pur sapendo com'è lei, mi pari veramente tanto tanto coinvolto!!!

    Non so se i soggetti borderline tendono a rigirare la frittata, quel che è certo è che stiamo parlando di una ragazza che in generale è complicata e che al momento non sta bene e che "utilizza" tutti i mezzi in suo possesso per autodifendersi (ma questo è un comportamento normale che può tenere qualsiasi persona "ferita").

    Obiettivamente sì, perdona la franchezza, ma quella frase te la potevi risparmiare, dato che sai benissimo che sta cercando in tutti i modi e le maniere di evitarti (ma perché sta male!). Probabilmente, ma non c'è certezza, ti avrebbe in seguito fatto i suoi complimenti e i suoi auguri, ma con i suoi modi e con i suoi tempi.

    Infine, penso che tu non ti debba privare di nulla. Devi continuare la tua vita, frequentare le stesse persone, le stesse situazioni senza sacrificarti, se è quello che vuoi. Ma non credo molto quando dici "fosse per me, andrei e la ignorerei".

    Per me si, dovresti andare e ignorarla, come ti ho già "suggerito" nell'altro post nel quale ti dicevo di lasciare passare un pò di tempo prima di fare qualsiasi cosa.

  • In linea generale, aldilà dei problemi che può avere questa persona, passare la vita stando attenti alla mezza parola che dici per paura di una sua reazione sbagliata, la dice lunga sulla bontà della scelta fatta (involontariamente) allontanandoti.

    Tra un pò di tempo, passato l'annebbiamento amoroso, capirai di aver vinto al Superenalotto.

    Consultando abbastanza esperti puoi trovare conferma a qualsiasi opinione.

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