• Ciao a tutti,
    vorrei confrontarmi con voi su un tema che ci riguarda tutti in qualche modo, che è quello delle persone definite dai media "neet": si tratta di tutti coloro, giovani e nemmeno troppo, che, rimasti fuori dal circuito "studio-mi laureo-trovo un lavoro-vado a vivere per conto mio" si ritrovano ai margini, per così dire, della nostra società, di fatto non facendone più parte se non come impotenti spettatori. Mi è capitato di leggere più di un articolo sull'argomento, perché purtroppo io ho una persona molto vicina a me che si trova in questa precisa situazione. Quasi mia coetanea, questa "non più ragazza" - perché a quasi 40 anni si è a tutti gli effetti adulti, non ha un lavoro, non l'ha mai avuto (salvo qualche esperienza di call center terminata molti anni fa), gli studi li ha interrotti molti anni fa e non gioverebbe a nulla riprenderli. Quando smetti di studiare senza riuscire ad avviare alcun percorso alternativo sapete cosa succede? Succede che nel tempo si perdono le coordinate della propria vita, si perde in tutti i sensi il proprio orientamento, si perdono i contatti, si perdono gli "amici" (ho usato appositamente le virgolette), si perde la voglia di andare in palestra o coltivare degli hobby, e diventa impossibile iniziare nuove relazioni perché la percezione che si ha di se stessi è sempre più negativa, è una percezione di vuoto, di inutilità, di emarginazione rispetto al resto del mondo. Ed è un baratro, un baratro in cui si sprofonda sempre di più, se si aveva una qualche forma di competenza si finisce col perderla, si finisce col diventare sempre di più dei disadattati, e la risalita dalla posizione di "neet" è via via più complessa fino a diventare impossibile: la nostra non è una società che offre delle seconde possibilità, e una volta che si superano i 35-40 anni la speranza di avere un lavoro normale (non dico una carriera luminosa e di successo, ma un lavoro che permetta di passare la giornata con i propri simili e pagare le bollette), ecco la speranza si fa vana fino a sparire del tutto. E basta poco, un errore di gioventù, una leggerezza che purtroppo non è tale, per ritrovarsi così, e infatti leggo che i giovani e non in questi panni sono tanti, migliaia addirittura; persone come tante altre, persone "non inserite", rifiutate quindi dal sistema; persone che oggettivamente non hanno chance di risalire e di riapparire perché qualunque cosa facciano avranno sempre addosso la forma degli anni di inattività, avranno sempre addosso la vergogna di non far parte del mondo, di non avere un'identità definita, e anche fare dei corsi di riqualificazione non li potrà portare da nessuna parte, perché nessuna azienda selezionerebbe mai un candidato di anni 43 (invento) che non ha MAI svolto attività lavorativa continuativa. Io stessa trovandomi a selezionare dei candidati scarterei per primi proprio questi; l'unica circostanza in cui potrei valutare un cv di questo tipo è quella in cui fosse l'unico. Ma sappiamo bene che parliamo di utopia, il lavoro manca per i sani, manca per le persone con tutti i pezzi di carta, come si può pensare di dare una chance a una persona oggettivamente più problematica di altre? Chi si assumerebbe questo rischio? Vivendo da vicino, molo vicino, questa problematica, non posso fare a meno di provare amarezza, angoscia, dispiacere, ma nello stesso tempo provo un senso di straniamento per questa società che non è fatta per "umani" ma solo per chi riesce ad adattarsi pienamente alle sue richieste, ed è pronta a vomitare fuori chi non sia conforme, chi abbia incertezze o défaillance. E lo ammetto: io mi sento parte di questo mondo solo fino a un certo punto, e dal dentro di questa realtà aggressiva e giudicante, vorrei cambiare tutto...vorrei che un posto dignitoso ci fosse per tutti, per tutti i tipi strani, per tutti i solitari, per i troppo timidi e insicuri, per quelli che non ce l'hanno fatta ad avere il pezzo di carta e il titolo "dott." davanti al cognome, per quelli che hanno il titolo sbagliato. Perché io sono convinta che tutti potrebbero rendersi utili se solo gli fosse data la possibilità; non tutti possono diventare amministratore delegato, ma tutti possono mettere un timbro su un foglio, e questa possibilità di far parte della società dovrebbe essere una cosa "garantita", non una scommessa senza possibilità di appello, e penso che di quanto avviene siamo responsabili tutti, tutti contribuiamo a fare di questa società ciò che è. La società alla fine siamo noi, è lo specchio di quello che siamo, e non credo sia bella l'immagine che riflette.

  • Cara Ipposam, ti rispondo facendo riferimento alla mia storia, seppur per sommi capi:

    io ho una laurea, e 47 anni di età. Vari interessi culturali non legati al mio percorso, libri e riviste da leggere, fumetti, un buon equilibrio psichico e una buona famiglia alle spalle.

    Riprendendo le tue parole, io non sono una persona 'problematica' a parte quel fisiologico essere un pò nevrotici per qualcosa ma siamo ancora dentro i confini della psicologia normale, ad esempio una certa mania per l'ordine, oppure l'essere un pò pignolo, questo fa parte del mio carattere sensibile, e le persone sensibili a differenza delle altre danno importanza a tutto invece che a poche cose.

    Questo è lo sfondo. Cosa voglio dirti? Che l'aver passato anni (ANNI, non mesi) ad attendere la risposta ai miei curriculum ha generato quel senso di smarrimento e confusione di cui parli tu. E' una sensazione che conosco benissimo, e anche se adesso ho un lavoro, per quanto non fisso, percepisco comunque un senso di avvilimento. Penso che la frase da te usata sia magnificamente perfetta:

    "... si perdono le coordinate della propria vita".

    E' vero. Io mantengo un buon equilibrio mentale, mai presi psicofarmaci e mai andato da uno Psichiatra, ma ho perso la freschezza dei miei anni giovanili, e la mia sensazione attuale è quella che i treni della mia vita, quelli su cui avrei potuti salire, ormai passino di rado.

    L'avere una buona famiglia alle spalle e una condizione economica comunque dignitosa mi ha fatto andare avanti, ma il giovane ventenne/trentenne con il sorriso folgorante comunque non c'è più.

    Vorrei aggiungere che scartare un candidato divenuto problematico a causa di questo è ben diverso che scartarlo per via di problemi che prescindano dalla questione.

    Anche qui la nostra società non guarda in faccia nessuno, soprattutto ora che è asservita alle logiche dei burocrati europei.

    Ciao :)

  • Molto interessante questo post, anch'io faccio parte della categoria dei neet, anche se non per mie colpe ma per colpa della famiglia, ma comunque mi trovo in questa posizione. E' verissimo che questo " ruolo " porta a sentirsi disadattati, e per come la penso io non c'è molto da fare per porvi rimedio. Questa " malattia ", scritto proprio tra virgolette, ha tante ramificazioni che colpiscono la sfera lavorativa, sociale, umana. Come risolvere il problema? Sarò pessimista ma secondo me non c'è soluzione, si può soltanto cercare di rimettere a posto i pezzi, rammendare i buchi, ma senza la certezza di avere un risultato. La cosa peggiore, secondo me, è quando questo fallimento non è dovuto a se stessi ma a cause esterne, perchè se in gioventù si sono fatte delle cavolate o scelte sbagliate, si può fare il mea culpa, anche se non serve comunque. ma quando invece la causa è da imputare ai familiari, come il mio caso, secondo me è molto, molto peggio, perchè ti trovi davvero a non avere un'identità precisa, ti senti una barca alla deriva perchè hai perso la bussola. Personalmente risento molto di questa cosa, ho recuperato come ho potuto, a costo di enormi sacrifici, ma il risultato non è comunque quello che avrei avuto con un percorso di vita " normale". Sono stata bastonata in modo grave in tutti i settori, professionale, sentimentale e sociale, proprio perchè ho dovuto costruirmi una strada tutta mia che comunque non era " asfaltata ". In parte ho " risolto " quando sono diventata un'artista, ma questa è davvero una goccia nell'oceano, è soltanto la milionesima parte di quello che avrei voluto fare. Mi sento sempre in difetto, fuori dal coro, perchè, per dirla in parole povere, mi trovo ad avere gli interessi e la cultura di persone abbienti, ma le possibilità economiche di un lavapiatti, e questo mi porta a non sentirmi parte di nessuno dei due mondi. Non so se gli altri trovano una via d'uscita, io mi sono chiusa moltissimo, sono diventata selavatica, sfuggente, evitante, introversa, come se dovessi nascondere chissà cosa. Ripeto, soluzioni non ne vedo. Secondo me non basterebbe che tutte le persone senza lavoro venissero assunte, perchè credo che il problema sia molto piu complesso.

  • Anche la mia condizione economica di origine era dignitosa, anzi a dire la verità era ottima, e nascendo nel benessere c'erano tutti i presupposti per diventare una persona
    di successo e senza problemi economici, dato che i soldi non mancavano affatto e quindi potevo avere la garanzia di veder finanziati i miei studi, ecc... ecc..
    Ed invece il destino ha voluto che mi trovassi abbandonata a me stessa senza nessuna preparazione ( nè psicologica ne economica), e cosi mi sono dovuta
    ritrovare ad avere problemi piu grandi di me, difficili da affrontare quando si è giovanissimi, e queste difficoltà mi hanno letteralmente schiacciata. Solo la mia grande forza d'animo
    mi ha impedito di crollare, ma penso che tanti al mio posto sarebbero impazziti o si sarebbero suicidati. E quindi fa ancora piu male vedersi finire cosi, sapendo che potenzialmente
    avresti avuto il terreno spianato.. ;( ;( ;(

  • Ipposam, sono d'accordo con te che, se una persona si trova a quarant'anni senza aver quasi mai lavorato, perde le coordinate della propria vita e forse anche parte della propria identità. Però una domanda mi sorge spontanea: questa persona di cui parli perchè è arrivata a quarant'anni con pochissime esperienze lavorative alle spalle? Io conosco persone che hanno studiato diversi anni all'università senza riuscire a laurearsi ma poi sono comunque riuscite a trovare un lavoro anche precario, anche a trent'anni. Per quanto riguarda i corsi di riqualificazione, io , dopo alcuni anni che avevo perso il lavoro ne ho seguito uno per assistente all'infanzia. Adesso lavoro in un asilo ( anche se il contratto mi scadrà a breve e non so se verrà rinnovato) . Il mio lavoro consiste solo nel fare le pulizie e servire i pasti, non sai come rimpiango quando facevo l'impiegata, però meglio questo che la disoccupazione. So che esistono corsi finanziati dalla regione per disoccupati di lunga data, magari la persona di cui parli si potrebbe informare, il mio è solo un consiglio.

  • Rispondo un po’ a tutti...quando parlo di “Neet” non mi riferisco a chi ha affrontato o affronta lunghi periodi di disoccupazione, la disoccupazione, mi riferisco a persone che per indole, (mal) educazione, carenza di capacità di adattamento restano fuori dal circuito vitale del mondo, e smettono anche di provare a inserirsi. Vivono in una resa perenne, a tempo indeterminato. Sono barche alla deriva, hanno alzato bandiera bianca e si lasciano trasportare dalle correnti della vita, senza nemmeno provare a salvarsi. Non sono in grado, non sono capaci di reazione, non sono capaci di affrontare le difficoltà della vita, le sconfitte, gli incerti del destino. Una persona “normale”, se perde il lavoro, si adatta a quello che trova: loro no. Non sanno cambiare strada, sono privi di resilienza, preferiscono “non vivere” piuttosto che accettare la realtà di un fallimento...e poiché solo dall’accettazione della realtà si può maturare una strada per andare avanti, con il loro rifiuto della realtà restano fermi. Sono neet, non semplici disoccupati.

  • Sono d accordo con quanto scrivi ipposam. Però secondo me bisogna fare una distinzione tra uomini e donne e donne con e senza figli.
    Infatti una donna che ha 40 anni e magari 2 figli ma non ha particolari competenze lavorative secondo me ha già un "ruolo", e fino agli anni 60 era così.
    Poi essere felici e realizzati è un aaltro discorso, comunque non parlo per luoghi comuni ma per esperienza diretta infatti conosco 2 donne ,una 29 anni e l altra 38 che hanno 2 figli e non hanno particolari competenze lavorative, quella di 38 è anche laureata. Una fa le pulizie in nero saltuariamente e l altra tipo biscotti o torte sempre in nero, ma nessuna delle 2 è depressa o esclusa dalla società.
    Un uomo di 40 anni senza competenze lavorative invece è probabile che sia un disadattato nella nostra società.

  • Si ricollegano al femomeno degli Hikikomori che studio. Nel senso che non tutti i neet sono degli Hikikomori, ma tutti gli Hikikomori sono dei neet.

    Hikikomori

    No one knows a prescription drug’s side effects like the person taking it. Make your voice heard.

  • Spero di non sembrare dura, ma se una persona sa che se non riesce a trovare un lavoro rischia di finire in mezzo a una strada, credo che, anche se ha dei problemi riesca ad adattarsi, non dico a fare qualsiasi lavoro, ma almeno un lavoro che permetta di vivere dignitosamente. Detto questo qualche volta anche io ( anche se non mi definisco neet ) mi sento emarginata, tagliata fuori rispetto al resto della società. Da quando ho perso il lavoro come impiegata, ho perso anche buona parte delle amicizie o presunte tali. Da molti anni non riesco ad avere una relazione stabile per problemi miei che non sono mai riuscita a superare. Anche io penso che una società ideale dovrebbe garantire un posto dignitoso per tutti, ma la nostra società è ancora ben lontana da essere ideale.

  • Rispondo un po’ a tutti...quando parlo di “Neet” non mi riferisco a chi ha affrontato o affronta lunghi periodi di disoccupazione, la disoccupazione, mi riferisco a persone che per indole, (mal) educazione, carenza di capacità di adattamento restano fuori dal circuito vitale del mondo, e smettono anche di provare a inserirsi. Vivono in una resa perenne, a tempo indeterminato. Sono barche alla deriva, hanno alzato bandiera bianca e si lasciano trasportare dalle correnti della vita, senza nemmeno provare a salvarsi. Non sono in grado, non sono capaci di reazione, non sono capaci di affrontare le difficoltà della vita, le sconfitte, gli incerti del destino. Una persona “normale”, se perde il lavoro, si adatta a quello che trova: loro no. Non sanno cambiare strada, sono privi di resilienza, preferiscono “non vivere” piuttosto che accettare la realtà di un fallimento...e poiché solo dall’accettazione della realtà si può maturare una strada per andare avanti, con il loro rifiuto della realtà restano fermi. Sono neet, non semplici disoccupati.

    La questione è un pò diversa, allora.

    Io conosco una persona così, abbiamo dei parenti in comune, quindi si tratta di un individuo che conosco da sempre. Ti posso però dire che questa persona ha problemi psicologici dall'infanzia, e anche i genitori hanno una psiche particolare, quindi almeno per quello che vedo io non è la durezza della società ad averli resi così, erano cosi anche prima, e l'impatto con il mondo ha determinato, nel caso che conosco, una reazione di fuga dal mondo medesimo pressoché immediata, cioé senza combattimento, ed in questo arriviamo al tuo discorso.

    Ma è importante ripetere che questa persona di cui porto l'esempio non è divenuta sofferente per colpa del mondo del lavoro o per la sua assenza, era necessario l'incontro con uno specialista da molti anni.

    In pratica parlo di "pelle psichica" nuda. Se poi si scotta al sole della vita, non è colpa del sole, o non soltanto, perché comunque non avrebbe dovuto essere in quel modo.

    Ciao :)

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